"Calabria in ginocchio. Dopo Harry, il ciclone Ulrich devasta intere aree, con danni ingentissimi. Urge una nuova stagione di cura del territorio.

Gli eventi atmosferici di questi giorni, in alcuni casi estremi, i cicloni che si sono abbattuti, ci ricordano la fragilità di un territorio che necessita di una nuova grande stagione di cura, di lotta al dissesto idrogeologico, di manutenzione ordinaria e straordinaria. Servono certamente risorse. Ma occorre ripensare tutto: i modelli di intervento, gli strumenti, la pianificazione urbanistica, la gestione dei sistemi forestali, le modalità di ricostruzione delle opere, perché la natura prima o poi si riprende ciò che è suo.

I ritardi accumulati negli anni ci dicono che il modello stesso del Commissario straordinario Unico per il dissesto idrogeologico va ripensato. I Commissariamenti alle nostre latitudine non portano granché. Opere finanziate e non realizzate nell'ultimo decennio avrebbero certamente aiutato ad evitare esondazioni e danni.

Così come sull'erosione costiera, diversi interventi passano da anni, da una programmazione all'altra, impantanati fra mille pastoie burocratiche. E la linea ferroviaria tirrenica, mentre sogniamo l'alta velocità, rischia di essere inghiottita in alcuni tratti, con il concreto pericolo di un ulteriore, drammatico, isolamento.

È arrivato il momento di fermarsi, programmare e realizzare. E tempo che tutte le Istituzioni lavorino insieme, per un comune senso di responsabilità. È giunta l'ora di operare scelte urbanistiche sostenibili. I tempi sono maturi per una nuova stagione di mitigazione del rischio, di interventi di messa in sicurezza del territorio. Non solo opere di difesa idraulica, ma rafforzamento di quel presidio umano che oggi non c'è più, con una forestazione senza uomini che necessita, adesso più che mai, di un rilancio su prevenzione e protezione. Una forestazione moderna e multifunzionale, con un turn over che non può più essere rinviato, perché quanto avviene a valle, dipende anche da quello che non avviene più a monte. Affinché la Calabria non ritorni "sfasciume pendulo sul mare", con un abbandono delle aree interne che genera conseguenze nefaste.

Perché l'unica certezza che abbiamo è che gli eventi estremi saranno sempre meno estremi e sempre più normali". ( fonte CISL Calabria )


Eppure già più di un mese fa la Gazzetta del Sud denunciava...

"Erosione, da Tortora ad Amantea il Mar Tirreno minaccia la ferrovia
La spiaggia arretra lungo il litorale: situazione critica a Cetraro, Acquappesa, Fuscaldo e Paola. Accantonato il progetto dell’alta velocità si lavora a un piano per mettere in sicurezza i binari.

Il traffico ferroviario nel Sud Italia continuerà a gravare sulla vecchia linea tirrenica "velocizzata". Un’infrastruttura strategica ma sempre più fragile a causa dei profondi cambiamenti geomorfologici che hanno interessato la costa negli ultimi decenni. L’erosione costiera, che coinvolge numerosi comuni del litorale calabrese, rende oggi il tracciato ferroviario ad alto rischio e impone interventi urgenti di messa in sicurezza.

I numeri dell’erosione parlano chiaro. Secondo uno studio di circa dieci anni fa, di un gruppo di ricercatori guidati dall’ex capo della Prociv regionale Carlo Tansi in poco più di mezzo secolo la costa tirrenica è arretrata di decine di metri. A Tortora l’erosione ha raggiunto i 110 metri; a Cirella e Diamante si registrano arretramenti di 35 e 40 metri. Situazione critica anche a Belvedere (70 metri), Sangineto (180 metri) e Bonifati (120 metri). Il fenomeno interessa inoltre Cetraro, Acquappesa e Guardia Piemontese, con arretramenti tra i 70, e i 150 metri".


Nonostante ciò, l'attuale governo si occupa d'altro, cercando pure di nascondere la realtà, come è accaduto anche con la frana di Niscemi. La stampa di regime che promuove la propaganda sovranista si guarda bene dal denunciare quello che - nel caso al governo ci fosse stata l'attuale opposizione - avrebbe da tempo descritto come disastro epocale causato da menefreghismo e inadempienze. 

Non solo. Questa destra nega pure l'esistenza del cambiamento climatico, ostacolando qualsiasi politica che promuova e incentivi la generazione e l'utilizzo di energia pulita, favorendo ulteriormente le condizioni per peggiorare la già critica situazione attuale, dovuta alla collocazione geografica dell'Italia... al centro del Mediterraneo che è già, di fatto, un pericolo per il nostro Paese. Il Mediterraneo è un mare piccolo, chiuso, che si scalda in fretta e trattiene calore. E quando il mare accumula calore, lo restituisce all’atmosfera sotto forma di energia e vapore causando eventi sempre più estremi, più improvvisi, più distruttivi. A causa del surriscaldamento dovuto al cambiamento climatico, ormai l'Italia è in prima linea.

Negli ultimi anni abbiamo visto crescere un fenomeno: temporali violentissimi concentrati in poche ore, con piogge torrenziali che trasformano strade in fiumi e torrenti in trappole. Un Mediterraneo più caldo evapora di più: l’aria si riempie di umidità e, quando arriva una perturbazione o aria fredda in quota, la "benzina" meteorologica che si è creata esplode in nubifragi.

Non è solo una questione di quantità di pioggia: è anche una questione di velocità. In poche ore cade così tanta acqua che un territorio non riesce ad assorbirla. Le città, coperte di asfalto e cemento, respingono l’acqua. I versanti già instabili cedono. I fiumi esondano. Ed è qui che il cambiamento climatico incontra l’incuria: canali ostruiti, manutenzione insufficiente, costruzioni in aree a rischio, consumo di suolo che elimina ogni possibile "spugna" esistente in natura.

Il Mediterraneo non è l’Atlantico, ma può produrre cicloni e depressioni molto intense. Non servono uragani catastrofici in stile Hollywood per devastare un Paese: bastano vento forte, piogge violente e mareggiate lungo la costa. Le mareggiate crescono in potenza, colpiscono porti e infrastrutture, sfondano difese spesso improvvisate. 

A tutto questo si aggiunge poi un pericolo lento, silenzioso e inesorabile: l’innalzamento del livello del mare. L’acqua si dilata quando si scalda; i ghiacci terrestri si sciolgono e alimentano gli oceani. Per chi vive in riva al mare significa una cosa concreta: allagamenti più frequenti, anche senza tempeste eccezionali; ingressione salina che rovina falde e terreni agricoli; rischio crescente per zone basse e lagunari, per i delta, per le pianure costiere, per le aree portuali.

Le spiagge non sono solo turismo. Sono barriere naturali. Se l’erosione le riduce, il mare arriva direttamente su strade, case, stabilimenti, ferrovie costiere. Il problema è doppio: perdiamo economia e perdiamo protezione. E spesso si risponde con interventi d’emergenza — massi, barriere, ripascimenti — che costano e non sempre reggono a lungo se non accompagnati da una strategia seria.

Paradosso solo apparente: più energia nel sistema significa anche estremi di segno opposto. Il bacino mediterraneo è una delle aree in cui le estati possono diventare più calde e più secche. Siccità e stress idrico non sono solo "problemi del Sud": riguardano agricoltura, produzione idroelettrica, disponibilità per le città, fiumi e laghi in sofferenza. E se il terreno è secco e duro, quando poi arriva il nubifragio assorbe ancora meno: altra benzina per le alluvioni lampo.

Caldo, siccità e vegetazione stressata allungano la stagione degli incendi e aumentano la probabilità che un rogo diventi ingestibile. Intanto il mare che si scalda cambia gli ecosistemi: specie tropicali e invasive trovano spazio, la biodiversità soffre, la pesca deve inseguire equilibri che si spostano. Non è una curiosità da biologi: è una trasformazione che tocca economie locali e sicurezza alimentare.

Il Mediterraneo è pericoloso per l’Italia perché è vicino, perché è caldo, perché è il nostro "motore climatico" regionale. E perché noi, come Paese, abbiamo sommato vulnerabilità su vulnerabilità: cementificazione, consumo di suolo, fragilità idrogeologica, gestione discontinua del territorio.

Il punto, ormai, non è più chiedersi se questi eventi capiteranno. È chiedersi quanto spesso e quanto duramente. E la risposta non può essere solo l’emergenza dopo l’emergenza. Servono prevenzione, adattamento, manutenzione ordinaria, stop al consumo di suolo nelle aree a rischio, piani costieri veri e investimenti che guardino ai prossimi decenni, non ai prossimi titoli.

Perché un Mediterraneo più caldo non è un problema "in mare". È un problema che entra nelle case, nei campi, nelle città. E continuerà a farlo perché tale REALE PROBLEMA DI SICUREZZA viene del tutto ignorato ANCHE da questo governo. 

Così il ministro dei Trasporti e delle infrastrutture e vice premier, Matteo Salvini, è da giorni in vacanza a Cortina per farsi propaganda approfittando delle Olimpiadi, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, va in Africa ad inventarsi mega investimenti che non è in grado di sognarsi neppure in Italia; il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, la cui presenza politica è paragonabile al nulla elevato a potenza.

Ma se queste persone non si occupano delle emergenze vere mentre sono al governo di una nazione, chi è che deve occuparsene?