Un sistema previdenziale tutto da rifare!
È fin troppo evidente che 'qualcosina' non va, e da tempo, nel nostro sistema previdenziale.
A dirla tutta, non va da quando la cosiddetta riforma Dini trasformò radicalmente il calcolo delle pensioni, passando dal sistema retributivo - basato sulla media degli ultimi stipendi percepiti - a quello contributivo, fondato invece sui contributi effettivamente versati. Una scelta forse necessaria per la sostenibilità dei conti pubblici, ma che, nei fatti, ha aperto una ferita profonda nel tessuto sociale italiano.
Perché un sistema contributivo può funzionare solo se i salari sono adeguati al costo reale della vita. Un sistema che può andare bene per stipendi alti, ma non per chi guadagna 1.200 euro al mese! E in Italia, da decenni, gli stipendi sono tutto fuorché adeguati. Troppo bassi per consentire di accantonare un montante contributivo in grado di garantire, una volta in pensione, un assegno sufficiente a mantenere lo stesso tenore di vita.
La situazione, già fragile, è poi precipitata con la Legge Fornero del 2011, che ha innalzato drasticamente l’età pensionabile, portandola di fatto fino a 67 anni e oltre, con l’adeguamento automatico all’aspettativa di vita. Un provvedimento che, al di là delle giustificazioni tecniche e contabili, ha avuto un impatto umano devastante. Milioni di lavoratori si sono trovati a dover allungare la propria carriera lavorativa ben oltre le proprie forze, spesso in mansioni logoranti e mal retribuite, per poi ricevere, alla fine, una pensione che non basta nemmeno a coprire le spese essenziali.
E così, nell’Italia del XXI secolo, si lavora di più, più a lungo, e per stipendi sempre più bassi. E si va in pensione più tardi, con assegni ancora più poveri di quelli che si ricevevano da lavoratori. Un paradosso sociale e morale prima ancora che economico.
La politica, in tutto questo, porta sulle spalle una responsabilità enorme. Governo e opposizione si rimpallano accuse e promesse, ma la verità è che da anni mancano il coraggio e la visione per affrontare davvero la questione.
Il mantra è sempre lo stesso: “non ci sono i soldi”. Ma questa "scusa", ormai, non regge più.
Non regge davanti ai circa 100 miliardi di euro di evasione fiscale che ogni anno sfuggono alle casse dello Stato. Non regge davanti agli sprechi, ai privilegi, ai bonus e alle detrazioni di comodo che drenano risorse pubbliche a vantaggio di pochi. Non regge di fronte a un Paese in cui il divario tra ricchi e poveri cresce costantemente, e dove lavorare non è più garanzia di una vita dignitosa.
I soldi, insomma, ci sono. Bisogna solo avere la volontà politica di andarli a prendere dove si trovano. Di colpire davvero chi evade, chi accumula profitti miliardari sfruttando lavoro precario, chi delocalizza per risparmiare sui diritti dei lavoratori. Solo così sarà possibile ridare senso e dignità al lavoro, e con esso alla pensione, che non deve essere un privilegio, ma un diritto.
Riportare l’età pensionabile a un massimo di 65 anni, e garantire un assegno che permetta di vivere e non semplicemente di sopravvivere, non è un’utopia: è una scelta di civiltà. E' un obiettivo che dovrebbe stare al primo punto del programma di ogni partito!
Un Paese che non rispetta i propri lavoratori e non tutela i propri anziani non ha futuro.
Continuare a nascondersi dietro la scusa dei “conti pubblici” significa accettare che la dignità umana sia subordinata al bilancio di uno Stato. Ma una società che sacrifica la dignità dei suoi cittadini sull’altare della sostenibilità economica, prima o poi, si ritrova senza né l’una né l’altra.