25 aprile, l’indignazione a senso unico di Giorgia Meloni: condanna le piazze ma tace sui neofascisti
La premier attacca le manifestazioni per la Liberazione ma ignora provocazioni e violenze dell’estrema destra: un doppio standard che riapre una frattura politica e culturale mai davvero sanata.
C’è un silenzio che pesa più delle parole. E quello di Giorgia Meloni sul 25 aprile 2026 è un silenzio selettivo, chirurgico, politico. La presidente del Consiglio sceglie di puntare il dito contro episodi avvenuti nelle manifestazioni per la Liberazione — dalle contestazioni alle tensioni di piazza — ma evita accuratamente di pronunciarsi su una serie di provocazioni e aggressioni riconducibili all’estrema destra. Una omissione che non è casuale, ma racconta una linea politica precisa.
Nel suo messaggio pubblico, Meloni elenca con tono indignato le aggressioni contro chi esponeva bandiere ucraine, le contestazioni ai sindaci, gli insulti alla Brigata ebraica e gli atti vandalici contro le targhe delle Foibe. Un quadro che restituisce un’immagine di piazze intolleranti e violente. Ma è un racconto parziale. Perché mentre la premier denuncia una deriva nelle manifestazioni antifasciste, non spende una parola sugli episodi — documentati — che raccontano l’altra faccia della giornata.
A Roma, nella notte tra il 24 e il 25 aprile, compaiono manifesti con la scritta “partigiano infame” in diversi quartieri tra San Giovanni e Appio Latino. Un gesto simbolico, certo, ma carico di significato politico: delegittimare la memoria della Resistenza nel giorno che la celebra. Sempre nella capitale, durante una festa dell’ANPI al Parco Schuster, due persone vengono ferite da colpi sparati con una pistola ad aria compressa da un uomo in scooter. Ferite lievi, ma un segnale inquietante: la violenza non è solo verbale.
A Bergamo, nel quartiere Loreto, un giovane militante antifascista viene accerchiato, intimidito e costretto a consegnare la propria felpa con su scritto “Bergamo Antifa” da un gruppo di estremisti non certo di sinistra. E poi c’è Predappio, luogo simbolo del fascismo italiano, dove Forza Nuova organizza un convegno dal titolo provocatorio “La fine dell’antifascismo”, con la presenza del leader Roberto Fiore. Non una coincidenza, ma una scelta deliberata: occupare simbolicamente il giorno della Liberazione per ribaltarne il significato.
Il contesto non aiuta a ridimensionare questi episodi. Secondo dati citati dalla stampa nazionale, il 2025 è stato segnato da circa cento episodi di aggressioni e intimidazioni riconducibili all’ultra destra: svastiche, pestaggi, minacce, atti vandalici. Il 25 aprile 2026 non è un’eccezione, ma la prosecuzione di una tendenza. E proprio per questo il silenzio della politica diventa assordante.
Qui si apre la contraddizione più evidente. Da un lato, la premier richiama giustamente i valori della libertà e della democrazia. Dall’altro, evita di condannare chi quei valori li attacca frontalmente richiamandosi — esplicitamente o implicitamente — all’eredità fascista. È un doppio standard che indebolisce la credibilità istituzionale e alimenta una pericolosa ambiguità.
“Non si può difendere la democrazia a metà: o la si difende sempre, o la si tradisce.” È questa la linea di faglia che attraversa il dibattito politico italiano. E il 25 aprile, ancora una volta, si trasforma da momento di unità nazionale a terreno di scontro ideologico.
Le implicazioni sono tutt’altro che marginali. In un contesto internazionale segnato da guerre, tensioni geopolitiche e crisi democratiche, l’Italia avrebbe bisogno di una memoria condivisa, capace di unire e non dividere. Ma quando la memoria viene selezionata, filtrata, utilizzata come strumento politico, diventa arma. E le armi, si sa, non costruiscono coesione.
Il rischio è che, da parte del governo Meloni, si consolidi una narrazione distorta, in cui l’antifascismo viene dipinto come problema e non come fondamento della Repubblica. Una narrazione che può avere effetti concreti: legittimare comportamenti, abbassare la soglia di attenzione, normalizzare l’estremismo.
Alla fine, la domanda resta semplice e scomoda: perché indignarsi solo per una parte? Perché vedere la violenza solo quando arriva da una direzione? La risposta, forse, sta proprio in quel silenzio iniziale.
E in politica, più delle parole, sono i silenzi a rivelare da che parte si sta.