Il digiuno intermittente non è la scorciatoia per dimagrire che molti raccontano. A dirlo è una revisione scientifica che ridimensiona in modo netto la sua fama di metodo “miracoloso”.

Lo studio, coordinato da Luis Garegnani dell’Ospedale universitario italiano di Buenos Aires e pubblicato nel Cochrane Database of Systematic Reviews, ha analizzato 22 ricerche condotte su quasi 2.000 persone tra Europa, Nord America, Cina, Australia e Sud America. La conclusione è chiara: il digiuno intermittente non è più efficace delle diete tradizionali per perdere peso. E la riduzione del peso che consente di ottenere è modesta.

Cos’è il digiuno intermittente
Il digiuno intermittente non è un’unica dieta, ma un insieme di schemi alimentari che prevedono periodi di astensione dal cibo alternati a momenti in cui si mangia normalmente.

Tra le formule più diffuse ci sono:

  • il modello 16:8, che concentra i pasti in otto ore e prevede 16 ore di digiuno;
  • la restrizione calorica per due giorni a settimana, con alimentazione normale negli altri cinque;
  • l’alternanza tra giorni “normali” e giorni di digiuno o forte riduzione delle calorie.

I sostenitori attribuiscono a questo approccio diversi benefici: perdita di peso, prevenzione di malattie metaboliche e cardiovascolari, protezione del cervello, riduzione del rischio di tumori e perfino un possibile allungamento della vita. È vero che ridurre le calorie può avere effetti positivi sulla salute. Ma questo non significa che il digiuno intermittente sia superiore ad altre strategie.

I risultati: perdita di peso limitata
Dall’analisi emerge che chi ha seguito il digiuno intermittente ha perso in media circa il 3% del proprio peso corporeo. Una riduzione inferiore al 5%, soglia generalmente considerata clinicamente significativa.

In altre parole, il dimagrimento c’è, ma è contenuto. E non risulta superiore a quello ottenuto con diete classiche basate su una restrizione calorica costante.

Non solo. La revisione non ha rilevato differenze rilevanti nella qualità di vita percepita da chi ha seguito il digiuno intermittente rispetto ad altri regimi alimentari.

I limiti degli studi
Gli stessi autori segnalano alcuni limiti importanti. Molte delle ricerche disponibili hanno coinvolto pochi partecipanti o sono durate per periodi relativamente brevi. Inoltre, confrontare schemi di digiuno molto diversi tra loro non è semplice.

Un altro fattore potrebbe spiegare i risultati modesti: durante i periodi di digiuno alcune persone tendono a ridurre l’attività fisica, compensando così il minor apporto calorico.

Maik Pietzner, professore di modellazione dei dati sanitari presso l’Istituto di Salute di Berlino della Charité, ha osservato che il corpo umano si è evoluto in condizioni di scarsità di cibo ed è quindi capace di adattarsi bene a periodi senza alimentazione. Questo, però, non significa che tali meccanismi migliorino automaticamente le prestazioni o garantiscano vantaggi aggiuntivi.

Nessuna bacchetta magica
Il messaggio è semplice: il digiuno intermittente può portare a una perdita di peso, ma non fa miracoli e non si dimostra superiore alle diete tradizionali.

Chi cerca di dimagrire farebbe bene a diffidare delle soluzioni presentate come rivoluzionarie. La base resta sempre la stessa: equilibrio calorico, qualità dell’alimentazione, attività fisica regolare e costanza nel tempo. Il resto, almeno per ora, è soprattutto marketing.