Energia cara e fiducia in calo: l'allarme del Centro Studi Confindustria sull’economia italiana
Lo scenario economico italiano peggiora sotto la pressione della crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente. È il quadro che emerge dall'ultima analisi del Centro Studi Confindustria, che nella consueta “Congiuntura Flash” segnala un rallentamento diffuso tra consumi, industria e servizi, con un'unica eccezione: la tenuta degli investimenti, sostenuti dalle risorse del PNRR.
Petrolio alto, gas in lieve tregua
Il primo fattore di rischio resta il costo dell'energia. Il petrolio viaggia su livelli elevati, con una media di 102 dollari al barile ad aprile, ben al di sopra dei 62 dollari di dicembre. Una crescita alimentata dalle tensioni geopolitiche e dai timori di scarsità dell'offerta.
Il gas, pur restando caro, mostra una lieve moderazione (48 euro/MWh ad aprile dopo i 53 di marzo), ma rimane quasi raddoppiato rispetto ai livelli di fine 2025. A complicare il quadro c'è il cambio euro-dollaro fermo a 1,16, che non aiuta ad attenuare i rincari energetici nell'Eurozona.
Tassi in risalita e credito più caro
La guerra ha avuto effetti immediati anche sui mercati finanziari. I tassi sovrani europei sono tornati a salire: in Italia il rendimento è passato dal 3,36% al 4,02% tra fine febbraio e fine marzo. Una dinamica che si riflette sul costo del credito alle imprese, destinato ad aumentare ulteriormente.
Nel frattempo, la Banca Centrale Europea è attesa intervenire con nuovi rialzi dei tassi per contrastare l'inflazione, tornata a salire: +2,5% nell'Eurozona a marzo, mentre in Italia l'aumento è più contenuto (+1,7%).
Consumi a rischio: famiglie più prudenti
Il segnale più preoccupante arriva dalla domanda interna. La fiducia delle famiglie è in forte calo, anticipando una possibile frenata dei consumi. Le vendite al dettaglio a febbraio sono già scese dello 0,2%, mentre la crescita degli acquisti di auto resta debole (+0,6% a marzo).
Il rischio, sottolinea il Centro Studi, è un aumento del risparmio precauzionale: le famiglie, di fronte all'incertezza e al caro energia, potrebbero ridurre ulteriormente la spesa.
Industria fragile, servizi in frenata
Il comparto industriale resta debole. La produzione a febbraio segna un modesto +0,1%, insufficiente a recuperare il calo precedente, con una contrazione acquisita dello 0,5% nel primo trimestre. Anche le aspettative peggiorano, nonostante un PMI leggermente sopra la soglia di espansione (51,3).
Non va meglio nei servizi: dopo un avvio d'anno positivo, l'indice PMI è sceso in zona recessiva (48,8 a marzo), segnalando un calo della domanda. La fiducia tiene, ma le attese sugli ordini si deteriorano.
Investimenti: il PNRR sostiene la crescita
In controtendenza gli investimenti, che mostrano segnali di stabilità nel primo trimestre 2026. La fiducia delle imprese nei beni strumentali resta invariata, mentre nelle costruzioni cresce per il secondo mese consecutivo, trainata dalle prospettive occupazionali.
Un ruolo decisivo è giocato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, che continua a sostenere la spesa.
Export sotto pressione
Prima dell'escalation del conflitto, l'export italiano mostrava segnali di ripresa (+2,2% a febbraio), trainato soprattutto dagli Stati Uniti (+8%). Tuttavia, i nuovi dazi e le tensioni geopolitiche rischiano di compromettere questa dinamica.
Particolarmente esposti i 22 miliardi di esportazioni verso i Paesi del Golfo, oltre a forniture strategiche come alluminio e fertilizzanti.
Il costo della guerra per le imprese
Dall'indagine del Centro Studi emerge che le imprese italiane sono soprattutto preoccupate per tre fattori: costo dell'energia, trasporti e materie prime. Per ora pesano più i rincari che le difficoltà di approvvigionamento, ma in caso di conflitto prolungato cresce anche il rischio di carenze.
Le stime sono pesanti:
- +7 miliardi di costi energetici nel 2026 se la guerra termina a giugno;
- +21 miliardi se il conflitto dura tutto l'anno, con petrolio a 140 dollari.
In quest'ultimo scenario, l'incidenza dei costi energetici salirebbe al 7,6%, avvicinandosi ai livelli critici del 2022, con un forte impatto sulla competitività delle imprese italiane rispetto ai concorrenti internazionali.
Un quadro globale incerto
Il rallentamento non riguarda solo l'Italia. Nell'Eurozona crescono sfiducia e incertezza, mentre la Cina mostra segnali di indebolimento, con export in frenata e produzione meno dinamica.
Gli Stati Uniti restano l'eccezione, con previsioni di crescita riviste al rialzo (+2,4% nel 2026) dalla Federal Reserve, sostenute da un mercato del lavoro solido.
L'allarme: crescita a rischio
Il messaggio del Centro Studi Confindustria è chiaro: lo shock energetico legato alla guerra sta già producendo effetti concreti sull'economia italiana. Se le tensioni dovessero protrarsi, il rischio è una frenata più marcata della crescita, con consumi deboli, industria in difficoltà e imprese schiacciate dall'aumento dei costi.
Un equilibrio fragile, appeso all'evoluzione del conflitto e alla capacità dell'Europa di contenere l'impatto della nuova crisi energetica.
Fonte: Centro Studi Confindustria, “Congiuntura Flash” del 20 aprile 2026