Mentre in Belgio si condanna l'inerzia sul rischio genocidio da parte dello stato ebraico, in Italia...
C'è un'Europa che, almeno nei tribunali, prova a fare i conti con il diritto internazionale. E ce n'è un'altra che, nei palazzi del potere, continua a voltarsi dall'altra parte. La distanza tra queste due realtà si misura oggi tra Bruxelles e Roma.
La Corte d'appello di Bruxelles ha scritto una pagina destinata a fare giurisprudenza. Con una decisione netta, ha condannato lo Stato belga per non aver fatto abbastanza per prevenire il rischio di complicità in un genocidio a Gaza. Non una valutazione politica, ma un giudizio giuridico: l'inerzia di fronte a un rischio concreto viola obblighi internazionali precisi.
Il punto è chiaro: dopo l'avvertimento della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio 2024, che parlava di un “rischio reale di genocidio”, il Belgio era tenuto ad agire subito. Non dopo mesi, non dopo anni. Subito. E invece il governo federale ha aspettato fino al gennaio 2026 per vietare il sorvolo di aerei carichi di materiale militare destinato a Israele. Un ritardo che i giudici hanno definito, senza ambiguità, un “grave errore”.
Ma la portata della sentenza va oltre. Non si limita alle armi in senso stretto: impone trasparenza anche sui cosiddetti beni a “doppio uso”, quei materiali civili che possono essere impiegati in ambito militare. In altre parole, basta con il gioco delle tre carte tra commercio e guerra. Lo Stato deve dimostrare cosa fa, davvero, per evitare di essere complice.
È una svolta. Perché sancisce un principio che i governi europei hanno sempre cercato di aggirare: il diritto internazionale non è un'opzione, e i tribunali possono imporne il rispetto.
E l'Italia?
Mentre a Bruxelles la giustizia inchioda uno Stato alle proprie responsabilità, a Roma si consuma l'ennesima prova di ipocrisia istituzionale. La Hind Rajab Foundation ha presentato un esposto alla Procura chiedendo l'arresto e l'apertura di un'indagine su Ofer Winter, ex generale israeliano accusato di crimini di guerra durante l'operazione a Gaza del 2014 e di dichiarazioni che evocano esplicitamente la pulizia etnica.
Winter, secondo fonti di stampa, sarebbe atteso a Paestum il 31 marzo per una vacanza. Non un viaggio diplomatico, non una missione ufficiale: una vacanza. Eppure, su di lui pesano accuse gravissime, riconducibili allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale.
L'Italia non è uno spettatore neutrale. È parte della Convenzione sul genocidio, delle Convenzioni di Ginevra, della Convenzione contro la tortura. Ha leggi precise che puniscono non solo i crimini, ma anche l'istigazione al genocidio. E ha ratificato lo Statuto della Corte penale internazionale, che impone agli Stati di agire quando emergono sospetti fondati.
Non è una questione di scelta politica: è un obbligo giuridico.
Eppure, la domanda resta sospesa, quasi retorica: il governo guidato da Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio faranno qualcosa?
I precedenti non lasciano spazio all'ottimismo. In un contesto in cui si è già assistito alla liberazione di soggetti controversi e alla sistematica rimozione di responsabilità scomode, l'idea che l'Italia possa improvvisamente trasformarsi in paladina del diritto internazionale appare, francamente, poco credibile.
Qui sta il punto politico, prima ancora che giuridico: mentre un tribunale europeo riconosce che l'inazione può equivalere a complicità, il governo italiano continua a rifugiarsi nella zona grigia delle dichiarazioni di circostanza. Condanne verbali, indignazione selettiva, silenzi strategici. Ma intanto, le responsabilità restano.
La lezione che arriva da Bruxelles è brutale nella sua semplicità: non fare nulla, quando si può e si deve intervenire, è già una colpa.
E allora la vera domanda non è se l'Italia agirà.
È se è ancora disposta a riconoscere che il diritto internazionale vale anche quando è scomodo.