«Voglio rivolgere un augurio sincero a tutti gli italiani. A chi vive il Natale in famiglia, a chi lo celebra lavorando, a chi è sereno, a chi porta nel cuore una preoccupazione, a chi festeggia, e a chi semplicemente cerca un momento di pace. E voglio farlo a chi ancora una volta più di tutti ci ricorda cosa sia il Santo Natale. Anni fa vi ho detto prendiamo il pastorello e facciamo la rivoluzione del presepe, lo penso ancora. Il presepe non impone nulla a nessuno, racconta una storia, custodisce dei valori, rende più profonde le radici. E una nazione che conosce le proprie radici è una Nazione che non ha paura né del confronto, né del futuro.Che si creda o no questo simbolo parla di dignità, di responsabilità di rispetto della vita di attenzione ai fragili. Sono valori che hanno plasmato la nostra comunità, che meritano di essere custoditi e di non essere messi da parte per moda o per timore. Siate orgogliosi della vostra identità, del messaggio universale di amore e di pace che porta con sé. Che questo natale possa regalare a ciascuno un po' di luce, di calma e di forza; Che possa essere un tempo per ritrovarsi, per guardare avanti con fiducia senza ovviamente dimenticare chi ha bisogno di aiuto e soprattutto senza dimenticare chi siamo. Buona Vigilia e buon Santo Natale a tutti».
Ecco il pensierino della premier e camerata Giorgia Meloni per il Natale 2025.
Un augurio sincero a tutti gli italiani pic.twitter.com/9ZbVERyoU4
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) December 24, 2025
La “rivoluzione del presepe”: quando la tradizione diventa marketing politico
Giorgia Meloni si ripresenta davanti al presepe e, con l'aria di chi sta dicendo una cosa ovvia e pacificatrice, ripete lo slogan: “facciamo la rivoluzione del presepe”. Poi la cornice retorica: il presepe “non impone nulla a nessuno”, custodisce “valori”, rende “più profonde le radici”, e un Paese radicato “non ha paura del confronto né del futuro”. Il tutto condito dal lessico da cartolina: dignità, responsabilità, rispetto della vita, attenzione ai fragili, amore, pace.
Peccato che, a guardarla bene, questa non sia una benedizione natalizia: è una confezione politica. È un'operazione di immagine che trasforma un simbolo religioso e culturale in un marchio identitario utile a due scopi: compattare i fascisti e insinuare che chi non si riconosca in quella narrazione stia “mettendo da parte” l'Italia “per moda o per timore”. Tradotto: se non ti entusiasmi per la mia idea di radici, sei sospetto. Altro che “non impone nulla”.
Il trucco: parole universali, conseguenze selettive
Nel messaggio, Meloni fa un'appropriazione a costo zero: prende parole che nessuno può contestare (dignità, fragili, pace) e le incolla su un oggetto simbolico (il presepe), così che chi critica l'uso politico del simbolo sembri criticare i valori stessi. È una vecchia tecnica: confondere la critica al mezzo (strumentalizzazione identitaria) con la critica al fine (valori condivisi).
Ma è proprio qui che “il suo operato” bussa alla porta del presepe.
“Attenzione ai fragili”... però senza salario minimo
Se davvero il presepe “parla di dignità”, una domanda banale è: dov'è la dignità del lavoro? Sulla questione del salario minimo, il governo ha scelto per anni la linea del no e della dilazione; e nel 2025 è arrivato persino a impugnare la legge della Regione Puglia sugli appalti, salvo poi vedersi dichiarare il ricorso inammissibile dalla Corte costituzionale.
Questa non è “attenzione ai fragili”: è attenzione a non disturbare certi equilibri. E allora il presepe diventa un fondale: bello, commovente, ma muto quando si parla di paghe reali e lavoro povero.
“Rispetto della vita” e “attenzione ai fragili”, ma l'agenda sui migranti è tutta muscoli
Nel discorso natalizio, la premier invoca “rispetto della vita” e “attenzione ai fragili”. Poi, nella pratica, la cifra politica più riconoscibile del suo governo resta la durezza... anche su migrazioni e asilo: il decreto-legge 20/2023 (il cosiddetto “decreto Cutro”) ha introdotto e irrigidito strumenti come procedure accelerate e interventi che incidono sulla protezione e sull'accoglienza, alimentando un contenzioso e uno scontro istituzionale documentati negli anni successivi. E che dire poi dell'assurdo accordo con l'Albania per la deportazione dei migranti.
Qui sta l'incoerenza: la fragilità viene celebrata quando è astratta, quando è parola da video, quando scalda il cuore. Quando invece è concreta — una persona in mare, in un centro, in una procedura lampo — diventa un problema di ordine pubblico.
“Non dimenticare chi ha bisogno di aiuto”: e la sanità pubblica?
La premier sulla sanità sbandiera “record” di risorse, facendo però finta di non sapere e di non ricordare che la spesa pubblica si misura in rapporto al Pil... soprattutto quella sanitaria! E che i suoi conti non reggano alla riprova della realtà lo dimostra l'aumento di coloro che si rivolgono alla sanità privata.
Il punto, però, è politico prima che contabile: se “chi ha bisogno di aiuto” è davvero al centro, lo si vede dalle liste d'attesa, dai medici che mancano, dalle famiglie che rinunciano a curarsi. E quando la realtà non migliora, l'identità diventa il cerotto perfetto: parliamo di radici, così non parliamo di tagli, ritardi, scelte.
Il presepe come arma gentile
Il presepe, di per sé, non è il problema. Il problema è l'uso del presepe come prova di italianità, come termometro morale (“chi siamo”), come spinta a una comunità immaginata omogenea, dove il “confronto” è accettato solo dopo aver giurato fedeltà al racconto. In questa cornice, la tolleranza viene venduta come generosità del “noi” maggioritario, mentre chi non si adegua appare ospite, eccezione, nota a piè pagina.
E allora la vera domanda natalizia non è se mettere o non mettere il presepe. La vera domanda è perché un governo deve sentire il bisogno di fare propaganda con un simbolo religioso per parlare di valori che dovrebbe garantire con politiche pubbliche?
Se dignità, fragili, rispetto della vita e pace sono davvero il cuore del messaggio, non bastano le statuine. Servono scelte coerenti. Altrimenti la “rivoluzione del presepe” resta quello che sembra: una rivoluzione scenografica, buona per un video, meno per un Paese reale.
Per tutti questi motivi (oltre che per le centinaia non citati!!), carissima Giorgia Meloni, le auguriamo di trascorrere... un pessimo Natale.


