È stato presentato come una scorciatoia per chiudere il conflitto a Gaza e per ricostruire un territorio praticamente raso al suolo. In realtà, assomiglia più a un organismo privato dotato di un'insegna pubblica: inviti selettivi, poltrone “a tempo” rinnovabili dal presidente a vita e un ingresso alternativo che costa un miliardo di dollari.
C'è un'immagine che riassume meglio di molte analisi la filosofia del nuovo “Board of Peace” voluto da Donald Trump: la pace trattata con l'appartenenza ad un club esclusivo. Non un principio universale, non un patto multilaterale, non un'architettura di regole e contrappesi. Piuttosto: un consiglio ristretto, su invito; e, per chi vuole farne parte, una quota d'ingresso da oltre un miliardo di dollari.
È scritto nero su bianco nella bozza di statuto circolata tra decine di Paesi: la partecipazione ordinaria dura al massimo tre anni ed è "soggetta a rinnovo da parte del presidente" (cioè Trump); l'eccezione riguarda gli Stati che verseranno più di 1.000.000.000 di dollari cash entro il primo anno dall'entrata in vigore.
Fin qui, i fatti. Poi viene la domanda che separa la politica dall'azzardo: che cos'è davvero questo Board? Un'innovazione diplomatica? Un'alternativa all'ONU? O l'ennesima privatizzazione del pubblico, con l'etichetta della “pace” incollata sopra un meccanismo di potere e denaro?
L'ONU “di Trump”, con Trump presidente a vita
L'iniziativa dovrebbe partire da Gaza e poi estendersi “ad altri conflitti”; e la presidenza non è un mandato, ma una proprietà: il Board, infatti, è presieduto a vita da Trump, mentre gli altri siederebbero a tempo (salvo pagare).
Il punto non è solo simbolico. È istituzionale: in un sistema multilaterale, la legittimità deriva da regole condivise, non da inviti discrezionali. Nel Board, invece, la logica è opposta: un capo che seleziona, rinnova, orienta. E se lo statuto consente un veto dei membri sulle rimozioni (è stato riportato che la revoca di un membro potrebbe essere bloccata da una maggioranza qualificata), resta il fatto politico: l'asse decisionale non prevede sorprese.
Non stupisce che alcuni diplomatici lo abbiano definito come una sorta di “Trump United Nations” che ignora i fondamenti della Carta ONU. E non stupisce neppure che diversi governi abbiano reagito con prudenza o freddezza all'ennesima follia trumpiana: Pechino, ad esempio, ha confermato di aver ricevuto l'invito senza chiarire se accetterà.
Il cortocircuito: un organismo “extra-ONU” con timbro di legittimità internazionale
La contraddizione maggiore è questa: il Board viene descritto come alternativa (o superamento) delle istituzioni “che hanno fallito”, con un sottotesto polemico verso le Nazioni Unite; e tuttavia, nella cornice formale, da parte della Casa Bianaca è richiamata una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che avrebbe “accolto con favore” la sua istituzione nel quadro di un piano più ampio per Gaza.
Non solo. In relazione a Gaza, sono proprio gli Stati Uniti di Biden e Trump ad impedire che l'ONU potesse prendere delle decisioni condivise per fermare il genocidio messo in atto dallo Stato canaglia di Israele!
Qui sta il punto giuridico-politico: il Board non appare come un'agenzia ONU sottoposta a meccanismi interni di accountability, ma come un'entità sui generis, con personalità e funzioni di “amministrazione transitoria” e con margini di opacità su composizione, criteri di nomina e controlli. È una delle critiche ricostruite dall'American Society of International Law: un'architettura senza precedenti chiari nella prassi ONU, soprattutto per la centralità del capo di Stato di un membro permanente.
Detto altrimenti: si rischia un ibrido pericoloso. Abbastanza “internazionale” da pretendere autorevolezza. Abbastanza “privato” da sfuggire ai vincoli.
Gaza come laboratorio: amministrazione “tecnica” sotto tutela politica
Il Board nasce (almeno nella comunicazione pubblica) come strumento per la fase successiva al presunto cessate il fuoco in corso a Gaza: ricostruzione, governance, sicurezza, investimenti. La Casa Bianca parla esplicitamente di “mobilitare risorse”, “attrarre investimenti”, “capital mobilization”, con un Executive Board che include — oltre a figure istituzionali — nomi dal profilo fortemente economico-finanziario.
In parallelo, viene sostenuta una struttura palestinese “tecnocratica” per l'amministrazione quotidiana di Gaza durante la transizione. Ma il nodo, denunciato da più parti è politico: tra i membri annunciati del Board non risultano palestinesi, mentre la componente palestinese viene confinata ad un ruolo non decisionale.
È qui che Gaza rischia di diventare la prima vittima: non solo perché esce devastata dalla guerra, ma perché rischia di uscire anche dalla storia — trattata come territorio da “normalizzare” attraverso un consiglio esterno, con priorità decise altrove e con un controllo dei fondi che, per come è scritto e raccontato, appare concentrato in poche mani... tutt'altro che rassicuranti.
La quota d'ingresso da un miliardo: quando la pace imita i club esclusivi
La quota da un miliardo non è un dettaglio: è un messaggio. Trasforma un organismo politico in un meccanismo di status. E fa scattare un sospetto inevitabile: non si sta comprando “pace”, si sta comprando voce in capitolo su ricostruzione, appalti, corridoi logistici, investimenti, “riqualificazione” urbana.
Il Guardian ha notato l'eco con il modello “membership” dei club trumpiani; e la domanda cruciale resta sospesa: chi incassa e chi controlla i flussi? A rendere tutto ancor più scivoloso è la composizione del “nucleo”: oltre a Marco Rubio e ad altri che ricoprono al momento ruoli istituzionali, compaiono Jared Kushner e Steve Witkoff (entrambi con un forte retroterra nell'ambito), e figure legate a finanza e capitali.
L'ombra affaristica: “waterfront property” e la tentazione della ricostruzione-mercato
Il sospetto “affaristico” non nasce nel vuoto. Jared Kushner — che nel Board compare in ruoli di vertice — in passato ha definito Gaza una “waterfront property” potenzialmente “molto preziosa”, evocando apertamente una lettura immobiliare della ricostruzione della Striscia, di cui non beneficeranno di certo i gazawi.
Mettere insieme questi elementi non prova, al momento, un disegno criminale, ma basta a spiegare perché il Board venga percepito come un dispositivo ad alto rischio di conflitto d'interessi: quando chi decide la cornice politica è anche culturalmente (e talvolta professionalmente) vicino alla logica del “valore” fondiario, la ricostruzione, inevitabilmente, finirà per slittare dalla giustizia alla rendita. E Gaza, ancora una volta, pagherebbe: con la perdita di sovranità sostanziale, con la “transizione” trasformata in tutela permanente, con la priorità data a ciò che rende — non a ciò che ripara.
L'effetto collaterale: delegittimare il multilateralismo mentre lo si usa
Il Board di Trump funziona anche come gesto politico globale: sostenere che l'ONU è lento, inefficace, “fallito” per giustificarne la sostituzione con un organismo più snello, più “decisionista”. Ma il prezzo di questa scorciatoia è altissimo.
Perché l'ONU non è solo una burocrazia: è un principio di universalità (tutti gli Stati, non gli invitati), una grammatica di legalità (mandati, controlli, responsabilità), un'idea di pace come bene comune e non come governance di rapina affidata a un capo e ai suoi nominati.
Il Board, al contrario, normalizza tre cose: la pace come progetto gestito da un vertice personale; la governance come tutela di un territorio da “rimettere in ordine”;
la partecipazione come accesso a pagamento.
Sulla base di queste premesse, Gaza finirà per essere di nuovo vittima anche di un esperimento che di umanitario non ha neppure la maschera.


