C'è un aspetto che continua a sfuggire al dibattito pubblico, volutamente confuso da dichiarazioni politiche, mezze verità e formule burocratiche: le basi militari presenti sul territorio italiano sono state utilizzate dagli Stati Uniti per sostenere l'operazione contro l'Iran?
Perché se la risposta è sì, allora il problema non è più se l'Italia abbia partecipato "cineticamente" alla guerra, ma se abbia contribuito a renderla possibile.
E, soprattutto, se lo abbia fatto per scelta politica.
I TRATTATI NON IMPONGONO ALCUN AUTOMATISMO
Le dichiarazioni di Giorgia Meloni e Guido Crosetto si fondano sul richiamo agli accordi che disciplinano la presenza militare americana in Italia.
Parliamo del NATO SOFA del 1951, del Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) del 1954 e del cosiddetto "Shell Agreement" del 1995.
Il problema è che proprio l'analisi di questi accordi porta a una conclusione molto diversa da quella che il governo vorrebbe far passare. Le stesse fonti istituzionali ricordano che le basi americane non costituiscono territorio statunitense e che la sovranità resta italiana.
Ancora più importante è quanto emerge da documenti parlamentari e da ricostruzioni giuridiche pubbliche: l'utilizzo delle basi non è automatico e il governo italiano conserva il potere di autorizzare o negare richieste particolarmente sensibili sul piano politico e militare.
In una seduta delle Commissioni parlamentari del 2003, richiamata da più analisi giuridiche, venne affermato che per l'utilizzazione delle basi e dello spazio aereo nazionale "non vige alcuna condizione di extraterritorialità" e che la concessione dell'utilizzo di una base può essere negata dal governo italiano nei casi di particolare rilevanza politica. Tradotto in italiano corrente: Washington può chiedere. Roma può dire sì oppure può dire no.
Non esiste alcun obbligo automatico.
LA DIFFERENZA TRA SUPPORTO CINETICO E SUPPORTO LOGISTICO
Qui entra in gioco una distinzione sulla quale il governo sembra voler costruire tutta la propria difesa politica. Il supporto cinetico è la partecipazione diretta alle operazioni di combattimento: bombardamenti, lanci di missili, attacchi aerei.
Il supporto logistico è tutto ciò che consente a quelle operazioni di esistere: basi, rifornimenti, sorvoli, movimentazione di uomini e materiali, comunicazioni, manutenzione, intelligence, infrastrutture.
Tecnicamente la differenza esiste. Politicamente e moralmente molto meno.
Un bombardiere che parte da una base, un aereo che viene rifornito, una pista che viene messa a disposizione, un sistema logistico che permette l'esecuzione dell'operazione sono elementi indispensabili alla riuscita della missione. Senza logistica non esiste alcuna guerra moderna.
Per questo motivo la vera domanda non è se l'Italia abbia sganciato bombe sull'Iran. La domanda è se l'Italia abbia contribuito a rendere possibile che quelle bombe venissero sganciate.
UNA GUERRA CONTESTATA DAL DIRITTO INTERNAZIONALE
La questione diventa ancora più delicata perché l'operazione americana contro l'Iran è stata contestata da numerosi osservatori e giuristi sul piano del diritto internazionale. In assenza di un'esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l'illegittimità dell'azione è evidente, visto che l'Iran non costituiva alcuna minaccia per gli USA.
Ed è proprio in questi casi che l'articolo 11 della Costituzione italiana assume una rilevanza decisiva, visto che l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
IL PRECEDENTE CHE PALAZZO CHIGI PREFERISCE NON RICORDARE
Esiste un precedente storico che distrugge la narrativa dell'automatismo. È Sigonella. La crisi del 1985 dimostrò che il governo italiano era perfettamente in grado di opporsi alle richieste statunitensi quando riteneva che fossero in contrasto con la sovranità nazionale.
Anche per questo motivo appare poco credibile sostenere che Roma fosse semplicemente costretta ad accettare qualsiasi richiesta proveniente da Washington.
I documenti pubblici disponibili raccontano una realtà diversa: il governo italiano dispone di margini decisionali e può negare autorizzazioni quando ritiene che vi siano ragioni politiche o istituzionali per farlo.
LA DOMANDA A CUI MELONI E CROSETTO NON RISPONDONO
Ed è qui che crolla l'intera costruzione comunicativa di Palazzo Chigi. Per giorni il governo ha insistito sul fatto che l'Italia non avrebbe partecipato ai bombardamenti. Ma questa non è la domanda. La domanda è un'altra.
Le basi italiane sono state utilizzate per sostenere l'operazione americana contro l'Iran? Sono stati autorizzati sorvoli, transiti, rifornimenti o attività logistiche funzionali all'intervento? Perché se ciò è avvenuto, non siamo più di fronte a un obbligo imposto da trattati segreti o da vincoli NATO.
Siamo di fronte a una scelta politica. Una scelta assunta dal governo Meloni. Ed è precisamente su quella scelta che Palazzo Chigi continua ostinatamente a non voler fare piena chiarezza.
Fonti
1. Gli accordi fondamentali
La presenza delle basi USA in Italia si fonda principalmente su:
https://parlamento17.openpolis.it/atto/documento/id/42749
- NATO SOFA del 1951;
- Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) del 1954;
- Shell Agreement del 1995;
- ulteriori accordi tecnici successivi.
2. Le basi non sono territorio americano
Le basi restano sotto sovranità italiana. Anche quando sono concesse in uso agli Stati Uniti, il territorio rimane italiano e il comando italiano mantiene poteri di supervisione previsti dagli accordi.
https://pagellapolitica.it/articoli/stati-uniti-guerra-basi-italia
3. Il punto giuridico decisivo
Nelle fonti pubbliche emerge che l'Italia conserva un potere di autorizzazione sull'utilizzo delle basi.
Una ricostruzione giuridica pubblicata nel 2026 osserva che gli accordi e la prassi istituzionale italiana escludono qualsiasi automatismo e confermano la possibilità per l'Italia di negare l'utilizzo delle basi in casi politicamente sensibili.
In altre parole, gli USA non hanno un diritto automatico e incondizionato di usare le basi per qualsiasi operazione militare.
https://www.analisidifesa.it/2026/04/luso-delle-basi-militari-statunitensi-in-italia-e-il-diniego-di-sigonella
4. Dove entra in gioco il diritto internazionale
Il documento dell'Istituto Affari Internazionali del professor Natalino Ronzitti dedica addirittura un capitolo specifico a: "L'uso della base contrario al diritto internazionale" e "L'uso della base in caso di crisi o conflitto armato".
Il testo sottolinea inoltre che l'articolo 11 della Costituzione è centrale nell'interpretazione degli accordi sulle basi.
https://www.iai.it/sites/default/files/pi_a_c_070.pdf
5. Il precedente Sigonella
Il caso di Base aerea di Sigonella del 1985 è spesso citato proprio perché dimostra che il governo italiano può opporsi alle richieste statunitensi sul proprio territorio quando ritiene che siano in contrasto con le proprie decisioni sovrane.
https://it.wikipedia.org/wiki/Base_aerea_di_Sigonella
6. La conclusione più solida dal punto di vista giuridico
Pertanto, sulla base delle fonti pubbliche:
- non esiste una clausola pubblica che vieti automaticamente l'uso delle basi per operazioni collegate a guerre unilaterali;
- esistono però forti argomenti giuridici secondo cui l'Italia mantiene il potere di autorizzare o negare tale utilizzo;
- se il governo autorizza l'impiego delle basi per supporto logistico a un'operazione militare statunitense, tale autorizzazione è una scelta politica italiana e non un obbligo automatico imposto dagli accordi.


