Giorgia Meloni si presenta alla stampa come chi torna sul luogo del delitto con l'aria di chi non deve spiegare nulla. Un anno di silenzio, tre ore di conferenza, una selva di slogan e una certezza: quando si parla di economia reale, il racconto del governo si sbriciola. Il copione è sempre lo stesso. I problemi sono “ereditati”, le soluzioni “in arrivo”, i dati “ci danno ragione”, le responsabilità sempre altrove. Nel mezzo, milioni di persone che non arrivano a fine mese.
La sintesi della conferenza stampa riassunta da Gianni Cuperlo:Dossier Ilva: è tutta colpa degli errori che hanno ereditato!
Crescita bassa: è tutta colpa della recessione tedesca!
Flop sulla sicurezza: è tutta colpa di magistrati e giudici!
Scandali opachi come su Paragon: è tutta colpa dei giornalisti!
Manovra di bilancio misera: è tutta colpa di chi c’era prima e del superbonus!
Cattivo impiego dei fondi PNRR: è tutta colpa di chi li ha voluti!La premier elenca: Ilva, auto, bollette, casa, salari. Tutto grave, tutto complesso, tutto sotto controllo. Ilva è il “dossier più complesso”, l'auto è colpa dell'Europa green, l'energia “la sistemeremo”, il piano casa “arriverà”, il potere d'acquisto “è cresciuto”. Il problema non è che queste frasi siano false in assoluto: è che non producono effetti. Sono promesse che evaporano a contatto con la vita quotidiana. E quando qualcuno prova a chiedere conto di risultati concreti, scatta l'irritazione.
Meloni è a suo agio quando può menare fendenti ideologici (tradotto: può prendersela con qualcuno): giudici, sindacati, opposizioni, manifestanti. Scivola leggera sulla politica estera, si vanta dell'asse con Trump, strizza l'occhio a un presidenzialismo muscolare e a una legge elettorale iper-maggioritaria da imporre anche da sola. Qui la sicurezza del comando non vacilla. È quando si entra nel merito di salari, pensioni, bollette e crisi industriali che la postura cambia: sarcasmo, dati scelti, omissioni strategiche.
Dodici milioni di inattivi che non cercano più lavoro? Scompaiono dal quadro. Il salario minimo affossato? Nessuna risposta. Al suo posto, il “salario di ingresso”, una formula che suona come una resa preventiva: paghiamo poco i giovani per convincerli a restare, invece di costruire un sistema che li valorizzi. Poi ci si stupisce se la “percezione” è che all'estero si guadagni di più. Chissà perché.
Sulle pensioni, dopo anni di propaganda contro la Fornero, il governo scopre improvvisamente la prudenza. L'età pensionabile sale “solo” di un mese. Applausi. Intanto l'inflazione viene evocata come prova di successo: “È all'1,5%, a occhio qualcosa abbiamo fatto”. A occhio, appunto. Perché nel portafogli degli italiani l'effetto non si vede. E quando Meloni ammette di “voler fare di più ma di non avere le risorse”, dimentica accuratamente di citare i miliardi pronti per le spese militari e gli impegni Nato. Le priorità non sono un destino: sono una scelta politica.
Ilva resta l'emblema di questa narrazione. Tredici anni di crisi, tutto compromesso, riunioni su riunioni. L'impegno “non è mai venuto meno”, ma i lavoratori e i territori continuano a pagare. “Quando non ci sono annunci significa che ce ne stiamo occupando”: una frase che ribalta il senso della responsabilità. Il silenzio come prova di efficienza. E poi l'appello rituale a magistratura ed enti locali a “remare nella stessa direzione”, che in traduzione significa: smettete di ostacolare le scelte del governo.
Il riflesso autoritario emerge con ancora più chiarezza sulla sicurezza e sulla giustizia. Meloni ammette che i risultati sono “insufficienti”, ma la risposta è sempre la stessa: più repressione, più carcere, meno garanzie. Anche per i minori. I giudici diventano il capro espiatorio perfetto: se una decisione non piace, è perché “non remano nella stessa direzione”. L'indipendenza della magistratura viene tollerata solo finché non disturba. Non stupisce che i manifesti referendari dell'Anm diano fastidio: raccontano una verità scomoda.
Quando poi la premier si lancia in lezioni al sindacato e alla sinistra, accusati di stare “dalla parte sbagliata della storia”, l'ipocrisia raggiunge il picco. Parole pesanti, pronunciate da chi proviene da una tradizione politica (Movimento Sociale Italiano) che con la democrazia ha avuto rapporti quantomeno ambigui. E mentre si condannano le povertà altrui, si ignorano quelle domestiche.
Tra un attacco e l'altro, arrivano le carezze agli alleati, la celebrazione di una maggioranza “non caserma” ma blindata, la promessa di arrivare a fine legislatura. E persino un momento di realismo sul rapporto con il Presidente della Repubblica, riconosciuto come argine e garanzia. È forse l'unico passaggio che suona autentico.
Il resto è teatro. Una premier che preferisce il conflitto simbolico alla soluzione dei problemi, l'annuncio alla riforma, il nemico alla responsabilità. L'economia “non è catastrofica”, dice Meloni. Forse. Ma allora vallo a spiegare ai milioni di poveri (in aumento) presenti nel nostro Paese. E finché il governo continuerà a confondere la propaganda con il governo, l'unica cosa che crescerà davvero sarà la distanza tra il Palazzo e la realtà.
Distanza che la propaganda mediatica degli pseudo-giornalisti al soldo di Forza Fininvest (alias Forza italia) e di Angelucci (che in cambio lucra sul definanziamento della sanità pubblica) lavora per nascondere e negare... finché gli sarà possibile.


