Esteri

Gli Usa fanno marcia indietro su Francesca Albanese: revocate le sanzioni


La relatrice ONU per Gaza esce dalla lista nera americana dopo la decisione di un tribunale federae che ha giudicato probabilmente incostituzionali le misure volute dall’amministrazione Trump. 

La decisione degli Stati Uniti di rimuovere Francesca Albanese dalla lista delle persone sanzionate segna un clamoroso passo indietro dell’amministrazione di Donald Trump su uno dei dossier più controversi degli ultimi anni: quello legato alle accuse internazionali contro Israele per la guerra nella Striscia di Gaza. Una retromarcia arrivata dopo la dura bocciatura di un giudice federale americano, che ha ritenuto probabilmente incostituzionali le misure adottate dalla Casa Bianca contro la funzionaria delle Nazioni Unite.

La vicenda ha assunto rapidamente una dimensione politica e simbolica enorme, perché tocca insieme libertà di espressione, conflitto israelo-palestinese, rapporti tra Washington e le istituzioni internazionali, oltre ai limiti del potere presidenziale negli Stati Uniti. La rimozione delle sanzioni è comparsa direttamente sul sito del Dipartimento del Tesoro americano, senza spiegazioni ufficiali. Ma il tempismo non lascia spazio a molti dubbi: appena una settimana prima, il giudice federale Richard Leon aveva sospeso temporaneamente le sanzioni sostenendo che l’amministrazione Trump avrebbe probabilmente violato i diritti costituzionali della relatrice ONU.

Al centro dello scontro c’è il ruolo di Albanese come relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Cisgiordania e Gaza. Nel corso degli ultimi anni la giurista italiana è diventata una delle voci internazionali più dure contro le operazioni israeliane nei territori palestinesi, accusando apertamente Israele di possibili crimini di guerra e sostenendo la necessità di indagini della Corte Penale Internazionale anche contro funzionari israeliani e statunitensi. Proprio questa attività aveva provocato la reazione violentissima dell’amministrazione Trump.

Quando le sanzioni furono annunciate, il segretario di Stato Marco Rubio parlò apertamente di “guerra politica ed economica” contro Stati Uniti e Israele. Rubio accusò Albanese di aver promosso iniziative “illegittime e vergognose” per spingere la Corte Penale Internazionale a perseguire funzionari americani e israeliani. Le accuse non si fermavano qui. Washington sosteneva infatti che la relatrice ONU avesse espresso posizioni antisemite, simpatia verso il terrorismo e ostilità verso l’Occidente.

Da anni Albanese è al centro di un durissimo scontro mediatico e diplomatico. Per i suoi sostenitori rappresenta una figura coraggiosa, capace di denunciare apertamente le sofferenze della popolazione palestinese e le responsabilità israeliane nella devastazione di Gaza. Per i suoi detrattori, invece, la funzionaria ONU avrebbe abbandonato qualsiasi neutralità istituzionale trasformandosi in un’attivista apertamente schierata contro Israele. Il suo profilo pubblico è cresciuto enormemente: conferenze internazionali, documentari, libri di successo e oltre un milione di follower sui social hanno contribuito a renderla una figura ormai globale del dibattito sul Medio Oriente.

Le sanzioni americane avevano avuto conseguenze pesantissime sulla sua vita personale e professionale. Oltre al divieto di ingresso negli Stati Uniti, Albanese si era vista bloccare rapporti bancari e transazioni finanziarie, con enormi difficoltà anche nelle attività quotidiane. Secondo il ricorso presentato dalla famiglia, le misure avevano di fatto prodotto una sorta di “debanking”, rendendo quasi impossibile gestire pagamenti, lavoro e normali esigenze familiari.

A febbraio erano stati il marito della relatrice ONU e la loro figlia minorenne, cittadina americana, a fare causa contro l’amministrazione Trump. La denuncia sosteneva che le sanzioni violassero diversi principi costituzionali fondamentali: il Primo Emendamento sulla libertà di espressione, il Quarto Emendamento contro sequestri irragionevoli e il Quinto Emendamento sul giusto processo. Un attacco legale frontale che ha trovato ascolto nella decisione del giudice Leon.

Nella sua ordinanza, il magistrato è stato netto: “Proteggere la libertà di parola è sempre nell’interesse pubblico”. Una frase che ha assunto immediatamente un peso politico enorme negli Stati Uniti, dove il dibattito sul conflitto israelo-palestinese è diventato sempre più esplosivo anche all’interno delle università, dei media e delle stesse istituzioni federali.

Dopo la sospensione delle sanzioni, Albanese ha parlato apertamente di misure “calcolate per indebolire la mia missione”. Sui social ha celebrato la decisione del tribunale ringraziando pubblicamente il marito, la figlia e tutti coloro che l’hanno sostenuta durante lo scontro con Washington. Il messaggio pubblicato su X — “Together we are One” — è diventato rapidamente virale tra i suoi sostenitori.

L’intera vicenda rischia ora di trasformarsi in un precedente politico e giudiziario molto rilevante. Da una parte c’è un’amministrazione americana che ha tentato di colpire economicamente una funzionaria internazionale accusata di ostilità verso Israele e gli Stati Uniti. Dall’altra emerge il tema delicatissimo dell’uso delle sanzioni governative contro figure impegnate in attività politiche, diplomatiche o investigative protette dalla libertà di espressione.

Il caso Albanese arriva inoltre in un momento di tensione estrema sul fronte mediorientale. Le accuse reciproche tra Israele e organismi internazionali si stanno moltiplicando, mentre cresce anche il confronto tra Washington e alcune agenzie ONU considerate troppo critiche verso Tel Aviv. La decisione di revocare le sanzioni non cancella dunque lo scontro politico, ma rappresenta una pesante battuta d’arresto per la strategia dell’amministrazione Trump contro una delle figure più controverse e divisive del panorama diplomatico internazionale contemporaneo.

Autore Giuseppe Ballerini
Categoria Esteri
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