Ma quanto (NON) è brava Giorgia Meloni!!
C'è una parola che nella politica italiana viene usata come una coperta: "brava". La si stende sopra tutto... per non vedere o per vedere il meno possibile. Perché Meloni è brava? Perché ancora sta lì, perché non cade, perché comunica bene, perché all'estero la ascoltano, perché sui social buca lo schermo. Ma una presidente del Consiglio non è una conduttrice che deve reggere la diretta: è la persona che guida un Paese dentro scelte che si misurano nei servizi, nei salari, nei diritti, nei conti pubblici e — soprattutto — nella coerenza tra ciò che si promette e ciò che si fa.
Perché, dati i fatti, è difficile sostenere che Giorgia Meloni sia una "brava" presidente del Consiglio
C'è un modo semplice (e seducente) di difendere Giorgia Meloni: dire che "è brava" perché ancora governa, perché sostiene una maggioranza non sempre coesa, perché all'estero sembra che abbia un ruolo, perché mantiene un profilo comunicativo forte e perché incassa qualche indicatore macro favorevole. E pertanto, se per "brava" intendiamo capacità di presidiare la scena e di massimizzare consenso e controllo dell'agenda, la tesi può sembrare plausibile.
Il problema è che in una democrazia liberale "brava" non può significare soltanto questo: brava deve anche significare essere affidabile, coerente, competente nella gestione dei numeri, trasparente nelle scelte e responsabile verso i cittadini. Se usiamo questi criteri — quelli che contano quando si parla di politiche di governo e non di marketing — le cose cambiano.
Per non rimanere nel vago, analizziamo alcuni di quelli che avrebbero dovuto essere cavalli di battaglia della premier: accise, pensioni, superbonus, sanità, salari...
Promesse-simbolo disattese: accise e pensioni non sono dettagli, sono un patto politico
Accise. Le accise sui carburanti erano uno dei temi su cui la Meloni di opposizione aveva scommesso. Di fatto, però, non è solo che non sono state abolite: è che, con la legge di bilancio 2026, lo Stato entra nel merito delle aliquote in modo strutturale (riallineamento benzina/gasolio), facendo l'esatto contrario del "tagliamo le accise" di cui si riempiva la bocca in un video diffuso sui social. Il dossier parlamentare spiega esplicitamente la rimodulazione dal 1° gennaio 2026 (riduzione sull'accisa benzina e aumento equivalente sul gasolio, con allineamento delle aliquote).
E qui sta la frattura: una cosa è dire "non possiamo farlo subito"; un'altra è trasformare quella bandiera in una manovra che produce gettito e cambia i pesi, mentre si lascia intendere che la promessa fosse "fraintesa" o non prioritaria. La critica non è moralistica: è sulla credibilità del patto elettorale.
Pensioni. Il tema "quota 41" (o comunque l'idea di superare la rigidità post-Fornero con un meccanismo stabile) è stato trattato, nei fatti, con misure temporanee e addirittura più restrittive. "Quota 103" viene confermata, ma con vincoli e meccanismi che riducono l'assegno (tetto e calcolo contributivo) e con logica da proroga più che da riforma. Lo mostrano sia le circolari INPS, sia le comunicazioni istituzionali sulle misure di bilancio.
Ancora: non è "non si può fare tutto". È che la promessa era identitaria. Se l'identità diventa opzionale appena si entra a Palazzo Chigi, allora "brava" diventa sinonimo di disinvoltura, non di responsabilità.
Il "voltafaccia" sul Superbonus: il problema non è correggere, è come (e con quale onestà) lo si fa
Sul merito si può discutere: il Superbonus ha avuto costi enormi e distorsioni... ma arrivare a sostenere in campagna elettorale una cosa e, una volta al governo, fare l'esatto contrario
La coerenza: in campagna elettorale (settembre 2022) sul sito personale di Meloni si leggono messaggi del tipo tutelare i diritti del superbonus", migliorarne le agevolazioni.
La gestione della transizione verso il termine del superbonus avrebbe dovuto essere graduale, accompagnata da strumenti per evitare problemi a imprese e cittadini. Invece, il governo Meloni ha licenziato decreti che hanno inciso negativamente sulla cessione del credito e sullo sconto in fattura (DL 11/2023).
Meloni, da premier, ha poi descritto il Superbonus come un macigno (intervista 4 aprile 2024: "quasi 200 miliardi… 3.500 euro a cittadino").
È legittimo cambiare idea di fronte ai conti. Ma un leader "bravo" fa due cose che qui si vedono poco: ammette esplicitamente la discontinuità (senza riscrivere il passato) e minimizzare i danni a imprese e famiglie intrappolate nella catena dei crediti. Se invece la linea è: "ieri lo difendevo, oggi è una truffa mostruosa", allora non è pragmatismo: è opportunismo.
Sanità: quando si confondono (o si sfruttano) valori assoluti e percentuali, la politica diventa propaganda contabile
Sul finanziamento al SSN, Meloni e la maggioranza insistono spesso su formule tipo "mai così tanti fondi". Questa frase può essere vera in senso nominale (gli stanziamenti crescono), ma fuorviante se non si guarda a:
- inflazione (quanto "valgono" davvero quei miliardi),
- popolazione anziana (domanda crescente),
- e soprattutto la quota sul PIL (priorità relativa dentro la spesa pubblica).
Documenti e dossier parlamentari riportano livelli del Fondo sanitario nell'ordine dei 136,5 miliardi per il 2025 e valori in crescita negli anni successivi. Ma proprio l'analisi pubblica sul tema sottolinea l'equivoco: cambiare unità di misura (miliardi assoluti invece di % sul PIL) può trasformare un "aumento" in un definanziamento relativo. Infatti, in qualunque nazione seria, la programmazione sanitaria viene effettuata tramite il rapporto spesa/PIL.
Qui la domanda "Meloni è brava?" diventa molto concreta: una leadership competente spiega i numeri in modo completo, non selettivo. Se invece la retorica si regge sull'ambiguità statistica, non è leadership: è pubblicità istituzionale.
Salari: ostacolare (o svuotare) le politiche di aumento è una scelta, non un incidente
Sul salario minimo legale, la linea del governo è stata di fatto dilatoria: incontro con le opposizioni e "passaggio" al CNEL come soluzione-ponte. Il CNEL (affidato ad un esponente di uno dei partiti della maggioranza (Renato Brunetta) si è poi espresso in senso negativo sull'idea del salario minimo per legge come strumento principale contro il lavoro povero, e tale opinione è stata usata politicamente per chiudere (o congelare) la discussione.
Nel frattempo, i dati internazionali e le istituzioni economiche descrivono un quadro tragico che mette l'Italia agli ultimi posti dei Paesi dell'UE in relazione alla crescita salariale.
Bankitalia, in uno dei suoi bollettini, osserva che nel 2025 i salari reali negoziati nel settore privato restano circa l'8% sotto i livelli del 2021.
Il governo ha puntato molto su strumenti fiscali (taglio cuneo / detrazioni), che aiutano, ma sono sostegni indiretti e spesso temporanei; e infatti persino analisi giornalistiche economiche notano che alcuni tagli d'imposta possono avvantaggiare proporzionalmente di più determinate fasce e dare benefici limitati ai redditi più bassi. Si tratta del problema del fiscal drag segnalato più voltedai sindacati, ma volutamente ignorato da Giorgia Meloni.
La conclusione politica è netta: se i salari sono il problema strutturale dell'Italia, un leader "bravo" non si limita a dire "ci penso" mentre sposta il dossier su un organismo consultivo; costruisce un impianto: contrattazione, produttività, lotta al dumping contrattuale, incentivi mirati e tempi certi. Qui, invece, si vede soprattutto una strategia di contenimento del conflitto più che di soluzione.
Tutto e il contrario di tutto": il caso Crans-Montana e lo Stato di diritto è un esempio perfetto
Nel 2024, Meloni aveva difeso l'idea che il governo italiano non potesse intervenire su procedimenti giudiziari di un altro paese. "Do you know Stato di diritto?" diceva la premier a chi le chiedeva di fare pressione sull'amico Orban in favore di Iralia Salis?
A gennaio 2026, sul caso della strage di Crans-Montana in Svizzera, dopo la scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, lo stato di diritto non vale più. Infatti, l'Italia ha protestato duramente, con Meloni che ha definito la decisione un insulto alle famiglie e ha richiamato l'ambasciatore a Roma.
Che cosa ha risposto la Svizzera? In pratica quello che Meloni aveva detto un anno fa: "Do you know Stato di diritto?"
Questo non è "un inciampo". È un problema di coerenza istituzionale: lo Stato di diritto non è un cartello da sventolare contro gli avversari, è un principio da rispettare anche quando costa consenso. Se vale "non posso intervenire" quando conviene, ma diventa "guerra diplomatica" quando serve mostrare durezza, allora non siamo davanti a una statista "brava": siamo davanti a una leader che strumentalizza i principi.
L'obiezione più forte in difesa di Meloni (e perché non basta)
Per completezza, il governo Meloni può rivendicare risultati come la riduzione del deficit e una supposta stabilità politica e finanziaria rispetto ad altri paesi europei, che però non incidono di una virgola sui limiti strutturali e la fragilità del quadro economico di fondo del nostro Paese. Inoltre, la stabilità meloniana sfiora soltanto la qualità della vita degli italiani, come dimostra il loro portafoglio specie in questo periodo in cui devono fare i conti con l'assurda spesa energetica (in Spagna il costo dell'energia costa un quarto rispetto a quella nel nostro Paese e il Pil di Madrid vola, mentre quello di Roma arranca... nostante il PNRR).
Quindi, come diavolo può essere definita brava una premier inaffidabile, incoerente, incompetente e irrispettosa dei principi? Il melonismo di governo ha una qualità indiscutibile: la capacità di trasformare ogni contraddizione in racconto, ogni rinuncia in virtù, ogni inversione a U in “realismo”, ogni taglio in “responsabilità”, ogni critica in complotto.
Ma se misuriamo una presidente del Consiglio su ciò che conta — affidabilità delle promesse, coerenza, chiarezza sui numeri, coraggio nel redistribuire opportunità, rispetto dei principi anche quando costano — allora la definizione di “brava” si rivolta come un guanto.
Meloni può essere efficace, resistente, comunicativamente potente.
Ma un Paese non vive di potenza comunicativa: vive di salari che reggono, sanità che cura, promesse che non diventano scuse, principi che non cambiano con il vento della convenienza del momento.
E quando le accise diventano riallineamento, le pensioni diventano cristallizzazione e rinvii, il superbonus diventa prima un'opportunità e subito dopo il male assoluto, la sanità diventa un gioco di miliardi nominali, e lo Stato di diritto un interruttore a convenienza… l'incapacità di Meloni è ormai un fatto più che acclarato.