Esteri

Svolta in Medio Oriente: la revoca delle sanzioni alla Siria prospetta nuovi equilibri geopolitici ancora indefiniti

La revoca delle sanzioni statunitensi nei confronti della Siria segna un cambio di passo che rischia di ridefinire gli equilibri in Medio Oriente. Il provvedimento, che arriva dopo la caduta di Bashar al-Assad lo scorso dicembre e l'ascesa al potere di Sharaa, rappresenta un chiaro segnale politico: Washington è pronta a riaprire le porte a un paese a lungo isolato dal sistema finanziario globale.

La rimozione delle sanzioni permette a Damasco di riallacciare i rapporti con il mondo, non solo sul piano politico, ma anche su quello economico e umanitario. Le ONG potranno operare con meno ostacoli burocratici e finanziari, mentre gli investitori – attratti da un mercato da ricostruire – iniziano a guardare con interesse alla Siria. In prima linea c'è l'Arabia Saudita: il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan Al-Saud ha definito la Siria una "terra di opportunità", promettendo il pieno sostegno saudita alla ripresa economica del Paese.

Tuttavia, non tutti applaudono a questa apertura. Israele – storico alleato degli Stati Uniti – si è schierato apertamente contro l'allentamento delle sanzioni, intensificando le operazioni militari nella Siria meridionale. La motivazione ufficiale è la presenza di gruppi islamisti che potrebbero minacciare la sicurezza del confine settentrionale israeliano. È evidente, però, che dietro la facciata della "sicurezza" c'è una chiara ostilità verso un governo siriano che non è più quello di Assad, ma nemmeno quello che Tel Aviv avrebbe voluto... senza dimenticare il Golan e le folli mire espansionistiche dello Stato ebraico.

La transizione siriana è comunque tutt'altro che stabile. A marzo, ex lealisti di Assad hanno attaccato le forze del nuovo governo, innescando una spirale di violenze culminata nell'uccisione di centinaia di civili alawiti da parte di miliziani islamisti. La situazione resta tesa, mentre la diplomazia si sta muovendo: l'incontro a Riad tra Sharaa (fino allo scorso anno considerato dagli USA un terrorista su cui pendeva una taglia multimilionaria) e Donald Trump ha posto sul tavolo la lotta al terrorismo e la necessità di ridurre l'influenza delle milizie armate. Un secondo round di colloqui è previsto con il segretario di Stato statunitense Marco Rubio.

La missione di Trump nel Golfo non si ferma alla Siria. In Arabia Saudita ha chiuso accordi miliardari: 600 miliardi di dollari di investimenti sauditi negli USA e una maxi vendita di armi da 142 miliardi. Ma il colpo di scena arriva dal Qatar. Nel 2017, l'amministrazione Trump aveva sostenuto l'embargo contro Doha, accusata di finanziare il terrorismo. Oggi, la storia si ribalta: Trump è il primo presidente americano a visitare il Qatar dopo 23 anni. Gli accordi firmati oggi – in particolare nel settore della difesa e dell'aviazione – parlano chiaro: 160 jet Boeing per oltre 200 miliardi di dollari, una partnership strategica che si consolida.

Il Medio Oriente sta vivendo una fase di trasformazione profonda. La caduta di Assad, la riabilitazione della Siria sul piano internazionale, le tensioni con Israele e i giochi di potere tra Washington, Riad e Doha raccontano di una regione in fermento. Ma attenzione: dietro ogni annuncio di investimento e ogni stretta di mano, si nasconde un braccio di ferro tra vecchie rivalità e nuove alleanze il cui fine  resta più che nebuloso

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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