Dopo l’enorme apprezzamento dello scorso anno nell’avere riportato in auge la musica da salotto, in voga tra il XVIII e gli inizi del XX secolo, la “Raffy Music Project” ha riproposto l’evento affiancando alla musica ed al canto anche il contributo spirituale: infatti, al “Salotto Calderazzo A. & Family” la Soprano Raffaela Riga, la Mezzosoprano Pamela Ragazzini ed il pianista Matteo Ghizzoni hanno alternato le loro performance agli interventi della Dott.ssa Manuela Lodesani, specializzata fra l’altro in Neuropsichiatria infantile. La serata ha avuto inizio con il “Wiegenlied”, opera 49, n. 4, tratta da “I cinque lieder” di Johannes Brahms, eseguita da Raffaela Riga, la quale ha dapprima fornito una breve illustrazione.

Dopo di lei si è registrato il primo momento di Manuela Lodesani parlando dei temi rispettivamente “Musica e Infanzia” e “Musica e sollievo nella malattia”. La seconda esecuzione a cura di Pamela Ragazzini dal titolo “Vedrai, carino” è tratta da “Don Giovanni” di Wolfgang Amadeus Mozart. Il terzo ed il quarto brano, tratti da “La Bohème” di Giacomo Puccini, intitolati rispettivamente “Sì, mi chiamano Mimì” e “D’onde lieta uscì” sono stati cantati da Raffaela Riga. A lei ha fatto seguito un altro contributo di Lodesani dal titolo “Musica e dislessia”.

Pamela Ragazzini ha successivamente intonato “Smanie implacabili”, tratto da “Così fan tutte” nonché “Non so più cosa faccio” da “Le nozze di Figaro” di Wolfgang Amedeus Mozart. Il quarto intervento di Lodesani è stato imperniato su “Musica e neuroni specchio”. Raffaela Riga ha poi cantato “Porgi Amor” dalle “Nozze di Figaro” di Mozart. La manifestazione si è conclusa con Pamela Ragazzini con due performance canore, di cui l’una dal titolo “Una voce poco fa” da “Il Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini e l’altra, in duetto con Raffaela Riga, “Barcarolle” da “Les Contes d’Hoffmann” di Jacques Offenbach.

L’intermezzo fra le due prestazioni canore è stato connotato dall’ultimo intervento di Manuela Lodesani dall’argomento “Musica e medicina palliativa”. Non a caso si sviluppò tra i secoli XVIII e XX una teoria, in cui si riunificavano il suono, l’orecchio umano ed i capolavori dell’arte. La supposizione d’un embrione, da cui nasce il brano musicale, rimandava ad una familiarità, con cui gli uomini condividono i fenomeni del mondo. A partire da siffatta similitudine, i brani musicali si sviluppano da semplici elementi, la cui aggregazione li ha trasformati gradualmente in più complessi. I primi ad avere lucidamente una tale visione furono nell’800 E.T.A. Hoffmann e Carl Czerny (sull’opera di Beethoven); ma si ebbero illustri successori nel ‘900, come in Schenker, Schoenberg, Kurth e molti altri ancora. Di conseguenza musica da salotto e psicologia elaborano un’idea costruttiva della vita, fatta di integrazione e coerenza, in cui l’individuo, che ascolta, quello, che compone, nonché colui, che esegue l’opera, condividono il medesimo mondo integrato, di cui la musica si fa portavoce espressiva: infatti l’elemento musicale non è da intendersi come qualcosa di inerte; ma ostenta una flessibilità interna assimilabile, o capace di sintonizzarsi, ai nostri più intimi moti corporei. “Musical-Mente Corpo e Anima” ha avuto dunque il merito di rilevare la funzione della musica classica non più intesa come momento puramente edonistico, riservato a pochi soggetti colti; ma come orientato ad uno scopo d’elevata importanza terapeutica in grado di fornire agli astanti una visione più pacata e positiva della realtà.

