Netanyahu ostaggio degli ultra-ortodossi: Israele verso elezioni anticipate tra ricatti politici e giochi di potere
La crisi sulla leva militare degli studenti delle yeshiva scuote il governo israeliano: opposizione e maggioranza preparano entrambe la dissoluzione della Knesset, ma dietro lo scontro resta il sospetto di una regia condivisa.
Il governo di Benjamin Netanyahu sembra entrato in una delle sue crisi più emblematiche: rumorosa, apparentemente esplosiva, ma al tempo stesso così perfettamente calcolata da far sospettare che il caos sia parte integrante della strategia. A scuotere la coalizione non è soltanto l’ennesima tensione parlamentare, bensì una questione che da decenni divide profondamente la società israeliana: l’esenzione dal servizio militare per gli studenti ultra-ortodossi delle yeshiva.
La miccia è stata accesa dalla fazione ultra-ortodossa Degel HaTorah, che ha annunciato l’intenzione di sostenere la dissoluzione della Knesset dopo il fallimento del governo nel far approvare una legge che garantisca formalmente l’esenzione dalla leva per migliaia di studenti religiosi. Un tema che, in un Paese impegnato in una guerra lunga, sanguinosa e logorante dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, assume una portata politica e morale enorme. Mentre migliaia di riservisti vengono richiamati, intere famiglie israeliane vedono figli e parenti partire per il fronte, e il peso umano del conflitto continua ad aumentare, gli ultra-ortodossi pretendono di mantenere un privilegio che una parte crescente dell’opinione pubblica considera ormai insostenibile.
Da qui il terremoto politico. L’opposizione ha immediatamente presentato proposte di legge per sciogliere la Knesset, tentando di sfruttare la fragilità della maggioranza. Ma il presidente del Parlamento, Amir Ohana, uomo vicinissimo a Netanyahu, ha evitato di accelerare i tempi. Nel frattempo, con una mossa che ha il sapore del controllo preventivo del danno, la stessa coalizione starebbe preparando una propria proposta di dissoluzione del Parlamento. Non per evitare le elezioni, dunque, ma per gestirne modalità e tempistiche.
È questo il punto che rende la crisi israeliana tanto rivelatrice quanto cinica. Dietro la retorica dello scontro totale sembra infatti nascondersi un negoziato permanente tra Netanyahu e i partiti haredi. Ufficialmente si minacciano, ufficiosamente coordinano ogni passo. Fonti parlamentari parlano apertamente di una cooperazione strettissima tra il premier e le formazioni ultra-ortodosse, al punto che persino la possibilità di elezioni anticipate rischia di trasformarsi in un gigantesco teatro politico in cui ogni attore recita la propria parte davanti all’elettorato di riferimento.
Gli haredi devono dimostrare ai loro sostenitori di non aver ceduto sulla questione della leva militare. Netanyahu, invece, ha bisogno di prendere tempo. Il premier israeliano sa perfettamente che andare al voto subito dopo l’anniversario del 7 ottobre significherebbe affrontare una campagna elettorale dominata dalle responsabilità politiche e di sicurezza che ancora pesano sul suo governo. Ritardare il più possibile le elezioni significa tentare di allontanare il trauma collettivo, sperando che l’emotività lasci spazio a calcoli politici più favorevoli.
Nel frattempo la maggioranza mostra crepe sempre più evidenti. La coalizione ha già ritirato tutti i propri provvedimenti dall’agenda parlamentare per paura di non avere più i numeri necessari. Persino il partito ultra-ortodosso Shas, tradizionale alleato di Netanyahu, evita per ora di esporsi chiaramente. Segno che il sistema di alleanze che ha permesso al premier di restare al potere appare oggi molto più fragile di quanto il governo voglia ammettere.
Ma la vera fotografia della crisi israeliana è forse un’altra: uno Stato impegnato in una guerra permanente, attraversato da divisioni identitarie profonde e guidato da una classe politica che continua a usare le istituzioni come strumenti tattici di sopravvivenza personale. La questione della leva militare non è più soltanto una disputa religiosa o parlamentare; è diventata il simbolo di un Paese incapace di definire fino in fondo cosa significhi uguaglianza civica in tempo di guerra.
Così, mentre la Knesset si avvicina all’ennesima possibile dissoluzione e Israele entra in una nuova stagione di instabilità, resta l’impressione che nessuno dei protagonisti voglia davvero rompere il sistema. Netanyahu ha bisogno degli ultra-ortodossi per restare politicamente vivo. Gli ultra-ortodossi hanno bisogno di Netanyahu per preservare privilegi storici. E nel mezzo resta un’opinione pubblica sempre più esasperata, costretta a osservare una politica che continua a oscillare tra emergenza nazionale e puro calcolo elettorale.