Le testimonianze dei detenuti palestinesi di Gaza descrivono un sistema carcerario che, sotto la copertura della sicurezza nazionale, si trasforma in una macchina organizzata di violenza, sparizioni e annientamento. E mentre il mondo occidentale continua a proclamare Israele “l'unica democrazia del Medio Oriente”, dalle celle del Negev e di Ramla emergono pratiche incompatibili con qualsiasi Stato di diritto.

C'è un punto oltre il quale le parole “sicurezza”, “lotta al terrorismo” e “diritto alla difesa” smettono di essere categorie politiche legittime e diventano un paravento dietro cui si consuma l'indicibile. Le testimonianze provenienti dalle carceri israeliane, raccolte dalla Commissione palestinese per gli Affari dei detenuti e dalla Palestinian Prisoner's Society, descrivono un universo fatto di torture sistematiche, privazioni estreme, umiliazioni quotidiane e violenze fisiche che pongono interrogativi devastanti sulla natura reale dell'apparato detentivo israeliano nei confronti dei palestinesi di Gaza.

A quasi tre anni dall'inizio del genocidio che ha sconvolto e sta sconvolgendo la Striscia, oltre 1.200 palestinesi risultano detenuti con l'etichetta di “combattenti illegali”, una formula giuridica che consente allo Stato ebraico di trattenere persone senza accuse chiare, senza processi regolari e spesso senza alcuna trasparenza sulle condizioni di detenzione. È proprio dentro questa zona grigia del diritto che si consolida, in base aklla denuncia delle organizzazioni palestinesi, un sistema di abuso strutturale sottratto ai controlli internazionali.

Le sezioni più inquietanti del rapporto riguardano il reparto “Rakefet”, nel carcere di Ramla, dove i detenuti raccontano di pestaggi quotidiani, dita spezzate deliberatamente dai secondini, manette strette fino a provocare congestioni e dolori lancinanti, oltre all'obbligo di restare ammanettati persino durante l'ora d'aria. In quelle celle, raccontano gli avvocati che hanno raccolto le testimonianze, perfino alzare la testa o parlare con un altro detenuto è vietato.

Non si tratta soltanto di violenza fisica. Il quadro che emerge è quello di una strategia di degradazione continua, costruita per cancellare identità, dignità e resistenza psicologica. Quattro persone stipate in una cella, una costretta a dormire a terra; materassi ritirati dalle quattro del mattino fino a tarda sera, costringendo i detenuti a restare seduti per ore sulle reti metalliche; divieto di pregare; assenza di condizioni igieniche minime; un rotolo di carta igienica ogni due giorni per quattro persone; dentifricio distribuito senza spazzolini.

Sono dettagli apparentemente marginali, ma è proprio attraverso l'umiliazione sistematica del quotidiano che ogni sistema repressivo produce assoggettamento. La fame, la sporcizia, la privazione del sonno e l'impossibilità di curarsi diventano strumenti politici tanto quanto gli interrogatori o le percosse.

Particolarmente gravi risultano le accuse relative agli interrogatori militari. Alcuni detenuti riferiscono di essere stati bendati per giorni, sospesi, percossi senza interruzione e minacciati con oggetti taglienti. Uno dei prigionieri racconta di essere stato colpito ripetutamente nelle parti intime per estorcergli confessioni; un altro afferma di aver perso sensibilità alle gambe dopo le torture subite. Nella clinica carceraria di Ramla vi sono inoltre detenuti trasferiti dopo lesioni interne gravissime provocate dai pestaggi, incluso un uomo rimasto paralizzato.

Il carcere del Negev non è meno feroce. I detenuti parlano di mesi senza docce regolari, di razioni alimentari insufficienti “persino per un bambino”, di pestaggi continui e di una diffusione incontrollata della scabbia che colpisce centinaia di prigionieri senza cure adeguate. In molti sono costretti a digiunare per ore semplicemente per riuscire a razionare il cibo disponibile.

Di fronte a racconti di questa portata, il silenzio della comunità internazionale appare assordante. Per anni l'Occidente ha giustamente denunciato torture e detenzioni arbitrarie quando commesse da regimi ostili o autoritari; molto più timida, invece, è stata la reazione quando accuse analoghe hanno riguardato lo Stato ebraico di Israele. Eppure, anche soltanto una parte di queste testimonianze basta a delineare pratiche incompatibili con il diritto internazionale umanitario, con le convenzioni contro la tortura e con gli stessi principi fondativi che Israele rivendica come elementi distintivi della propria democrazia.

La definizione di “combattente illegale” assume allora un valore politico cruciale. Non è solo un'etichetta amministrativa: diventa un dispositivo attraverso cui vengono sospesi diritti fondamentali, neutralizzate garanzie giudiziarie e confinati migliaia di palestinesi in un limbo dove il controllo pubblico quasi scompare. È qui che il rischio denunciato dalle organizzazioni palestinesi diventa enorme: l'istituzionalizzazione della sparizione forzata e della detenzione arbitraria come pratica ordinaria.

Israele continua a sostenere che le proprie operazioni siano necessarie per contrastare Hamas e garantire la sicurezza nazionale dopo gli attacchi subiti. Ma è proprio nei momenti di guerra e di trauma collettivo che si misura la tenuta morale e giuridica di uno Stato. La differenza tra una democrazia e un sistema dominato dalla vendetta non sta nell'assenza del nemico, bensì nella capacità di non trasformare il diritto in una semplice arma del più forte.

Le immagini che arrivano da Gaza hanno già incrinato profondamente la narrazione internazionale costruita da Israele negli ultimi decenni. Ora, le testimonianze provenienti dalle carceri aprono un ulteriore fronte politico e morale: quello delle prigioni come estensione silenziosa della guerra. Un conflitto combattuto non solo con bombe e assedi, ma anche attraverso celle sotterranee, isolamento, fame e paura.

Ed è forse proprio questo l'aspetto più inquietante: la normalizzazione dell'eccezione. Quando il dolore di migliaia di esseri umani viene amministrato burocraticamente, classificato con formule giuridiche e nascosto dietro il linguaggio della sicurezza, il confine tra Stato democratico e apparato di repressione permanente diventa sempre più sottile.


Fonte immagine: WAFA