Meloni esulta, ma la Dichiarazione di Chişinău non sdogana il modello Albania
"La Dichiarazione di Chisinau, adottata dai 46 Stati membri del Consiglio d'Europa, riconosce la legittimità per le Nazioni di soluzioni innovative nella gestione dei flussi migratori, come gli hub di rimpatrio in Paesi terzi, sul modello avviato dall'Italia in Albania.È un risultato importante, frutto di un percorso che l'Italia ha contribuito ad aprire con coraggio e determinazione insieme al Primo Ministro danese Frederiksen.Quello che solo un anno fa faceva discutere, oggi è diventato un principio condiviso tra i 46 Stati membri del Consiglio d'Europa e dimostra, ancora una volta, che l'approccio italiano ad una gestione ordinata dei flussi migratori, portato avanti con serietà e coerenza dal nostro Governo, è ormai diventato anche l'approccio dell'Europa".
Questa la tronfia affermazione odierna pubblicata sul proprio profilo social da Giorgia Meloni, che rivende ai propri "seguaci" la dichiarazione del Consiglio d'Europa come uno sdoganamento dell'assurdo accordo con l'Albania, Paese scelto come nazione extra Ue per deportarvi i migranti sbarcati in Italia... finché l'Albania non diventerà un membro dell'Ue (tra tre o quattro anni).
Ma siamo sicuri che la Dichiarazione di Chisinau sia davvero uno sdoganamento dei centri in Albania?
Le parole di Giorgia Meloni forzano parecchio il significato politico e giuridico della Dichiarazione di Chişinău. Il documento, infatti, non rappresenta affatto una “benedizione” piena e incondizionata del modello Albania, né sancisce che l'approccio italiano sia diventato automaticamente “l'approccio dell'Europa”. Al contrario, il testo ribadisce continuamente che ogni nuova politica migratoria deve restare rigidamente subordinata alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e al controllo della Corte di Strasburgo.
Meloni sostiene che i 46 Stati membri abbiano riconosciuto “la legittimità” degli hub di rimpatrio in Paesi terzi. Ma il testo della dichiarazione usa un linguaggio molto più prudente e sfumato. Nel passaggio centrale, infatti, si legge soltanto che gli Stati “possono perseguire nuovi approcci” e che “tra le forme di nuovi approcci immaginate da diversi Stati membri” vi sono l'esame delle richieste d'asilo in Paesi terzi e i cosiddetti “return hubs”.
La differenza è enorme. Non c'è scritto che questi modelli siano automaticamente conformi ai diritti umani, né che siano approvati politicamente dal Consiglio d'Europa. Il documento si limita a prendere atto che alcuni governi li stanno prendendo in considerazione.
Anzi, poche righe prima, la dichiarazione precisa una condizione decisiva che Meloni omette completamente: qualsiasi cooperazione con Paesi terzi è possibile soltanto “a condizione che continuino a rispettare i loro obblighi derivanti dalla Convenzione”, cioè purché gli Stati continuino a rispettare integralmente gli obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Ed è qui che il racconto trionfalistico del governo italiano si incrina. Perché proprio il protocollo Albania è stato travolto, negli ultimi mesi, da dubbi giuridici, sospensioni e contestazioni legate alla compatibilità con il diritto europeo e con le garanzie previste dalla Convenzione. La dichiarazione non supera quei problemi: semmai li riafferma indirettamente, insistendo più volte sul ruolo centrale della Corte europea dei diritti dell'uomo e sul fatto che gli Stati restano sottoposti al suo controllo.
Non solo. Il testo ribadisce con forza che il divieto di trattamenti inumani o degradanti previsto dall'articolo 3 della Convenzione è “assoluto”, senza deroghe né eccezioni. Una precisazione tutt'altro che marginale, perché è proprio attorno all'articolo 3 che ruotano gran parte dei ricorsi contro deportazioni, trasferimenti e trattenimenti di migranti in Paesi terzi.
La dichiarazione, inoltre, non consacra affatto una vittoria ideologica delle destre europee. In più punti ricorda che i migranti hanno diritti fondamentali che devono essere rispettati e protetti secondo il principio di non discriminazione. Ribadisce anche che gli Stati devono garantire ricorsi effettivi, controllo giudiziario e procedure eque.
C'è poi un altro elemento politico che smonta la narrazione di Palazzo Chigi. Il Consiglio d'Europa non è l'Unione europea. Non legifera sulle politiche migratorie UE e soprattutto comprende Paesi con posizioni molto diverse tra loro. La dichiarazione di Chişinău è un documento politico-generale, costruito con formulazioni elastiche e compromissorie, non una ratifica del “modello Albania”.
In realtà, leggendo il testo integrale emerge un quadro molto meno netto di quello descritto da Meloni: da una parte il documento riconosce che gli Stati vogliono strumenti più duri contro l'immigrazione irregolare; dall'altra riafferma continuamente limiti, garanzie, controllo giurisdizionale e centralità della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Per questo sostenere che “l'approccio italiano è ormai diventato l'approccio dell'Europa” appare più come uno slogan politico destinato al consenso interno che come una descrizione fedele della dichiarazione approvata a Chişinău.