Esteri

L’inflazione di Trump: la guerra in Iran svuota i portafogli americani

Il ritorno del caro vita travolge la propaganda della Casa Bianca: i prezzi di benzina, affitti e cibo schizzano alle stelle, mmentre il conflitto con l’Iran destabilizza energia e consumi. E ora la promessa trumpiana di “riportare benessere” rischia di trasformarsi in una trappola politica.

Donald Trump era tornato alla Casa Bianca promettendo una ricetta semplice, quasi ossessiva: abbattere l’inflazione, ridurre il costo della vita, restituire potere d’acquisto alla classe media americana. È stata questa, più ancora delle guerre culturali o della retorica identitaria, la leva decisiva della sua vittoria elettorale nel 2024. Oggi, però, quella promessa si sta sgretolando sotto il peso di una realtà economica che la propaganda non riesce più a mascherare: gli Stati Uniti stanno entrando in una nuova fase di inflazione aggressiva, alimentata dalla guerra, dall’energia e da un sistema produttivo sempre più fragile.

I dati diffusi dal Dipartimento del Lavoro americano raccontano molto più di una semplice oscillazione statistica. Ad aprile l’indice dei prezzi al consumo è salito del +0,6%, dopo il +0,9% di marzo, mentre l’inflazione annuale ha raggiunto il 3,8%, il livello più alto degli ultimi tre anni. Ma il dato davvero politico è un altro: per la prima volta da anni i salari stanno crescendo meno dei prezzi. In altre parole, gli americani tornano a impoverirsi.

È qui che il “trumpismo economico” mostra tutta la sua contraddizione. Per mesi la Casa Bianca ha provato a raccontare l’economia americana come un modello di resilienza, insistendo sulla tenuta dell’occupazione e sulla crescita. Ma la vita reale si misura al supermercato, alla pompa di benzina, nelle bollette e negli affitti. E proprio lì l’America sta scoprendo che la guerra in Medio Oriente — sostenuta apertamente da Washington insieme a Israele — ha un prezzo enorme che ricade direttamente sulle famiglie.

L’esplosione dei costi energetici è il cuore del problema. Il petrolio, schizzato oltre i 100 dollari al barile dopo gli attacchi contro l’Iran, continua a viaggiare su livelli elevati anche dopo il fragile cessate il fuoco di aprile. La chiusura o la destabilizzazione dello stretto di Hormuz, passaggio strategico per il traffico energetico globale, sta producendo effetti a catena che vanno ben oltre il carburante. La benzina è aumentata del 5,4% in un solo mese, il diesel del 17%, mentre l’energia elettrica continua a rincarare anche a causa della domanda crescente dei giganteschi data center necessari ad alimentare l’intelligenza artificiale.

È un dettaglio che rivela la natura profonda della nuova economia americana: mentre Silicon Valley e colossi tecnologici divorano energia per sostenere la corsa all’AI, milioni di cittadini devono scegliere se spendere di più per spostarsi, mangiare o pagare l’affitto. La “rivoluzione tecnologica” che dovrebbe rappresentare il futuro rischia così di trasformarsi in un moltiplicatore di disuguaglianze.

Nel frattempo, il caro vita si sta diffondendo ovunque. Il cibo torna a essere un problema politico centrale negli USA, qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava impensabile per la prima potenza economica del pianeta. Carne bovina, latte, uova, frutta, verdura, caffè: quasi ogni voce registra aumenti consistenti. Le carenze di fertilizzanti, legate anch’esse alle tensioni internazionali e alle difficoltà logistiche globali, fanno temere un ulteriore peggioramento nei prossimi mesi.

L’inflazione, però, non è più soltanto una conseguenza della guerra. Sta diventando una malattia strutturale dell’economia americana. Gli affitti aumentano, le tariffe aeree esplodono per l’aumento del carburante, i beni di consumo registrano rincari dovuti anche ai dazi commerciali imposti dalla stessa amministrazione Trump. Persino scarpe e abbigliamento stanno subendo rialzi che non si vedevano da anni.

La risposta della Casa Bianca appare debole, quasi disperata. Trump ha proposto di sospendere temporaneamente la tassa federale sulla benzina, una misura che può produrre un alleggerimento momentaneo ma che non affronta il problema reale. È un intervento da campagna elettorale permanente, non una strategia economica. Perché il nodo centrale resta intatto: gli Stati Uniti stanno pagando il costo geopolitico di una guerra che contribuiscono a sostenere e che continua a destabilizzare l’intero sistema energetico globale.

Nel frattempo la Federal Reserve si trova intrappolata. I nuovi dati sull’inflazione rafforzano l’idea che i tassi d’interesse resteranno elevati ancora a lungo, probabilmente fino al 2027. Questo significa mutui più costosi, credito più difficile, investimenti rallentati e consumi sotto pressione. Una miscela che rischia di trascinare l’economia americana verso quella che molti economisti definiscono già “stagflazione leggera”: crescita debole accompagnata da prezzi alti.

Ed è proprio questa la vera minaccia politica per Trump. Non tanto il rallentamento economico in sé, quanto la sensazione diffusa di perdita di controllo. Gli elettori americani possono tollerare molte cose, ma difficilmente perdonano un presidente quando la vita quotidiana diventa più cara e più instabile. Il problema, per la Casa Bianca, è che l’inflazione colpisce soprattutto la fascia sociale che aveva creduto nel ritorno trumpiano: lavoratori, periferie, ceto medio impoverito, America profonda.

La grande ironia della situazione è che Trump rischia di essere travolto esattamente dal tema che lo aveva riportato al potere. Aveva promesso di liberare gli Stati Uniti dall’incubo inflazionistico nato durante gli anni di Biden. Ora si ritrova invece a gestire una nuova ondata di rincari, aggravata da una guerra che ha contribuito ad alimentare e da una politica economica che continua a oscillare tra protezionismo, propaganda e misure tampone.

La verità è che l’economia globale sta entrando in una fase nuova, molto più instabile e conflittuale, nella quale guerre regionali, energia, tecnologia e commercio internazionale sono ormai inseparabili. E gli Stati Uniti, pur restando la maggiore potenza mondiale, non sembrano più in grado di proteggere i propri cittadini dagli shock che essi stessi contribuiscono a generare.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
ha ricevuto 399 voti
Commenta Inserisci Notizia