La preside di Caivano: verità, fango e coraggio. Inchiesta su una donna che disturba perché costruisce
In Italia resiste un paradosso che attraversa governi, stagioni e retoriche: non fa paura chi devasta, fa paura chi costruisce. La vicenda della preside Eugenia Carfora, dirigente dell’Istituto “Francesco Morano” di Caivano dal 2013, lo dimostra con una chiarezza che non lascia scampo. Carfora non è un’eroina da fiction: è una dirigente scolastica che ha scelto di restare in un territorio da cui, per anni, sono scappati insegnanti, studenti e istituzioni. Ha riportato in classe decine di ragazzi dispersi, bussando alle porte una per una, e ha trasformato una scuola simbolo del degrado in un presidio educativo. Non a caso, già nel 2018 e nel 2019 la Rai le dedicò due puntate del programma I Dieci Comandamenti, firmate da Domenico Iannacone, che documentavano la realtà del Parco Verde e il lavoro quotidiano della preside: porte chiuse, ragazzi da recuperare, famiglie sfiduciate, un quartiere che osserva e giudica ogni gesto. Era un racconto crudo, senza filtri, che mostrava quanto fosse difficile costruire in un luogo dove costruire è un atto rivoluzionario.
Quando nel 2024 Luca Zingaretti decide di raccontare la sua storia in una fiction, la televisione fa ciò che la televisione può fare: sceglie set controllabili, quartieri filmabili, strade che non espongono minori né dinamiche delicate. Caivano diventa un’altra città. E c’è un fatto che molti ignorano o fingono di ignorare: oggi la scuola Morano non è più quella che era negli anni del documentario. Dopo gli interventi strutturali avviati tra il 2022 e il 2023, l’istituto è stato ricostruito, dotato di laboratori tecnologici, spazi rinnovati, attrezzature all’avanguardia. È una scuola che rappresenta un riscatto concreto, non un fondale di degrado. E una scuola così non si presta al cliché che alcuni spettatori pretendono: la periferia immobile, sporca, disperata, quella che conferma i loro pregiudizi.
Appena la serie va in onda, però, si apre il tribunale degli improvvisati. Chi non ha mai messo piede al Parco Verde spiega com’è il Parco Verde. Chi non ha mai parlato con un ragazzo a rischio pontifica su come si educa un ragazzo a rischio. Chi non ha mai visto il documentario del 2018–19 giudica la fiction come se fosse un reportage. E lo fa con una sicurezza feroce, come se bastasse un telecomando per diventare esperti di marginalità. Gli attacchi si concentrano su ciò che è più facile colpire: la lingua, l’accento, il dialetto. Come se il napoletano fosse un marchio di criminalità, come se ogni parola evocasse automaticamente Gomorra. È un pregiudizio antico travestito da critica culturale: ridurre un territorio alla sua rappresentazione mediatica, ignorando che la realtà è infinitamente più complessa di qualsiasi sceneggiatura.
La vita della preside non ha luci morbide né stacchi di montaggio. Ha porte che non si aprono, ragazzi che spariscono e vanno recuperati, famiglie ferite che non sanno più fidarsi. La sua giornata comincia quando la telecamera si spegne, come mostrava già la Rai nel 2018. La realtà dei ragazzi non è una trama scritta a tavolino: sono vite in bilico, desiderose di normalità, di opportunità, di qualcuno che dica loro che valgono. In un luogo dove tutto sembra già deciso, credere in loro è un atto sovversivo, perché un ragazzo che studia pensa, e un ragazzo che pensa non si lascia usare.
Gli haters non distinguono tra fiction e realtà perché non vogliono farlo. È più comodo attaccare la lingua, il quartiere, la scuola, la donna. È più comodo dire “sembra Gomorra” che ammettere di non conoscere nulla di ciò che si sta giudicando. Il vero problema non è ciò che la fiction mostra, ma ciò che la realtà ci obbliga a vedere: una preside che paga ogni giorno il prezzo del suo coraggio, un quartiere che lotta contro la sua stessa ombra, ragazzi che cercano una via d’uscita e trovano troppo spesso porte chiuse. Per questo questa storia va raccontata senza anestesia e senza indulgenze: raccontando la donna, non il personaggio; il luogo, non il set; il prezzo, non il mito. Solo così si capisce davvero cosa significa costruire in un posto dove costruire fa paura.