Nel 1996, la vittoria di Mel Gibson come miglior regista per Braveheart - Cuore impavido era ampiamente prevedibile, nonostante i retroscena. Il suo trionfo fu facilitato dalla clamorosa esclusione di due grandi rivali: Ron Howard, che aveva vinto il DGA Award per Apollo 13, ma fu penalizzato da un'Academy che preferì premiare uno stile più autoriale e Ang Lee, considerato vittima di una certa "miopia" culturale per aver diretto un classico inglese con il suo Ragione e Sentimento.

Al loro posto furono candidati nomi a sorpresa come Tim Robbins (Dead Man Walking) e Chris Noonan (Babe – Maialino coraggioso). In questo contesto, Gibson, supportato da una campagna Oscar strategica che lo promosse come un autore epico e carismatico, emerse come il nome più forte.

Braveheart, un film visivamente grandioso e con temi cari all'Academy, si inserì perfettamente nella tradizione dei grandi kolossal, rendendo la sua vittoria non solo inevitabile, ma anche l'apice del suo percorso nel cinema mainstream. Una vittoria costruita e simbolica: perché vinse davvero?