Intervista a Lorenzo Zucchi, il cronista dell'invisibile anche d'inverno
Partiamo dalla foto: cosa rappresentano, per te, quei piedi scalzi sulla neve? È un gesto simbolico, un rituale o un modo per ricordarti qualcosa?Una curiosità: il provare la sensazione del tatto sulla neve. Splendido, ma la posa è per pochi secondi appena, perché poi trasmette troppo freddo. Camminando, invece, magari sulla neve non più fresca, si resiste e ne vale assolutamente la pena. Avete provato?
Essere “cronista dell’invisibile” significa vedere ciò che sfugge agli altri. Camminare a piedi nudi è un modo per amplificare il contatto con la realtà o per attraversarla in modo diverso?Camminare a piedi nudi tira fuori l’invisibile dalla gente, in forma di pregiudizio, anche da chi magari si ritiene al di sopra di ogni sospetto. E’ un’arma a doppio taglio, ma potentissima.
Quando scrivi, cerchi più spesso di scoprire l’invisibile o di renderlo percepibile a chi ti legge?L’invisibile lo scandaglio solitamente all’inizio della stesura della trama, poi mi concentro sul farlo percepire al lettore senza renderlo manifesto.La neve è silenzio, è bianco, è attesa. Che tipo di invisibilità credi che riveli o nasconda?Credo che riveli più che nascondere, perché può facilmente far esplodere tensioni del tutto immanifeste in condizioni normali.
Nel tuo immaginario narrativo, che ruolo hanno i sensazioni fisiche? Il freddo ai piedi, per esempio, può trasformarsi in una scintilla creativa? Sempre! In vacanza d’inverno al mattino faccio sempre una breve passeggiata a piedi nudi all’esterno per trarne quegli stimoli neuronali che poi mi porteranno alla stesura.
Ti capita di usare esperienze estreme o fuori dall’ordinario per entrare in un certo stato mentale da scrittura? Se sì, che cosa ti permette di vedere meglio?Non ho un gran feeling con la parola estremo, ma non credo di avvicinarmici nemmeno. Lo stato mentale da lettura è sempre demandato alla colonna sonora, che è diversa da libro a libro.
La foto trasmette vulnerabilità ma anche forza. Quanto influisce la vulnerabilità nella tua scrittura? La vulnerabilità è il cuore della mia scrittura, proprio perché volutamente imperfetta, a ricreare situazioni reali in cui il lettore deve immaginarsi per porsi delle domande.
Da cronista dell’invisibile, come scegli quali dettagli far emergere e quali, invece, lasciare nell’ombra?Tutto ciò che è così manifesto da restare invisibile aleggia solo tra le righe. Solitamente ogni libro ha un tema principale da far emergere da punti di vista ‘stonati’, come hanno scritto di me.
Se i tuoi piedi potessero “raccontare” un luogo invisibile che hanno attraversato, quale sarebbe? Dovrei provare a risponderti con l’escamotage dei personaggi scalzi nei libri, magari in un prossimo romanzo ancora da immaginare. Al momento la mia preferenza va sempre alla città, dove è molto inusuale girare scalzi, almeno in Italia. Far nascere una storia d’amore (tra l’altro cis) è una sfida che sto affrontando proprio adesso e devo dire che nascondere i sentimenti è molto più difficile che non nascondere la realtà
L’invisibile, per te, è più un mistero da svelare o un territorio da abitare? L’invisibile dentro di me è un mistero che ho chiarito in parte e con cui verrò a patti presto. L’invisibile fuori di me è un patrimonio monumentale da censire ogni volta