Accesso a Medicina, la riforma che non risolve il problema: troppi slogan, pochi medici nel pubblico
La riforma dell’accesso ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia si sta rivelando per quello che molti osservatori avevano previsto: un intervento superfluo, mal progettato e incapace di affrontare il vero nodo della sanità italiana. I dati, oggi, parlano chiaro. Il problema non è la carenza di medici, ma la loro fuga dal Servizio sanitario nazionale (SSN) e il progressivo disinteresse verso la medicina generale e alcune specialità fondamentali.
A certificare il fallimento annunciato è la Fondazione GIMBE, che dopo i risultati dei nuovi test di ammissione e il caos seguito all’introduzione del cosiddetto “semestre filtro”, ha rilanciato l’allarme: l’Italia forma già abbastanza medici, ma non riesce a trattenerli nel sistema pubblico.
I numeri smentiscono la narrazione dell’emergenza
Secondo i dati OCSE, nel 2023 l’Italia contava oltre 315 mila medici attivi, pari a 5,4 medici ogni 1.000 abitanti. Un valore nettamente superiore alla media OCSE e a quella europea, che colloca il nostro Paese ai primi posti per densità di professionisti sanitari. Anche il numero di laureati in Medicina è elevato e in costante crescita.
Eppure, quasi il 30% dei medici censiti non lavora nel SSN, né come dipendente né come convenzionato, e non è inserito in percorsi di formazione post-laurea. In termini assoluti, si tratta di circa 93 mila professionisti. Una cifra destinata probabilmente ad aumentare, considerando il numero crescente di dimissioni volontarie e pensionamenti anticipati.
Il vero buco è nel Servizio sanitario nazionale
Le carenze che colpiscono il SSN sono selettive. Mancano soprattutto medici di famiglia e specialisti in aree cruciali ma poco attrattive: emergenza-urgenza, chirurgia generale, medicina di comunità, radioterapia e discipline di laboratorio. Lo dimostra il basso tasso di assegnazione dei contratti di specializzazione in queste branche, nonostante migliaia di posti disponibili.
Aumentare indiscriminatamente gli accessi a Medicina non risolve il problema. Al contrario, rischia di produrre nel medio-lungo periodo una nuova pletora medica, con professionisti destinati al settore privato o all’estero, mentre il SSN continua a perdere pezzi.
Pensionamenti già compensati dall’offerta formativa
Un altro pilastro della riforma — la presunta “gobba pensionistica” — non regge all’analisi dei dati. I pensionamenti attesi nei prossimi anni risultano già ampiamente compensati dall’attuale offerta formativa, che negli ultimi dieci anni ha visto un aumento costante dei posti a Medicina. Solo negli ultimi tre anni l’incremento ha superato il 50%.
C’è poi un fattore temporale che viene sistematicamente ignorato: i nuovi iscritti entreranno nel mercato del lavoro tra 9-11 anni. Quando accadrà, il rischio concreto è che il SSN non abbia né le risorse né la capacità di assorbirli.
Dal “merito” alla sanatoria
La riforma è stata presentata come una rivoluzione meritocratica: stop al numero chiuso, addio ai test d’ingresso, selezione basata sul merito. Nei fatti, il numero programmato è rimasto, mentre il semestre filtro ha concentrato centinaia di ore di studio in poche settimane, con didattica in gran parte a distanza e tre esami consecutivi svolti in un clima di competizione estrema.
Oggi si parla apertamente di una graduatoria nazionale “allargata” e del recupero dei debiti formativi da parte degli atenei. Una sanatoria di fatto, che certifica il passaggio dall’enfasi sul merito al più classico “sei politico”.
Senza riformare il lavoro medico, la riforma è inutile
Il punto centrale resta uno solo: senza interventi strutturali per rendere attrattivo il lavoro nel SSN, ogni riforma dell’accesso è destinata a fallire. Servono stipendi adeguati, condizioni di lavoro sostenibili, carriere chiare e valorizzazione professionale, soprattutto per la medicina generale e le specialità oggi disertate.
Continuare a investire risorse pubbliche per formare medici che il sistema pubblico non riesce a trattenere significa alimentare il declino del SSN e favorire l’espansione del privato. La riforma dell’accesso, così com’è, non è una soluzione. È solo l’ennesima illusione.
Fonte: Fondazione GIMBE