« ... Poco più di venti anni fa, esattamente il 30 marzo 2004, il Parlamento italiano approvava quasi all'unanimità — solo dodici, forse, furono i voti contrari — la legge che istituiva il Giorno del Ricordo. Una legge fortemente voluta dalla mia parte politica — perché non ricordarlo — da me stesso, che ero capogruppo di Alleanza Nazionale, e da un deputato figlio di quelle terre, Roberto Menia, per onorare e celebrare la memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale del secondo dopoguerra.Certo, tutte le guerre danno ricordi drammatici, tragici; in questo caso il ricordo è anche di quello che avvenne a guerra finita, quindi ancora più grave, ancora più intollerabile. Da quel giorno, ogni 10 febbraio, in tutta Italia sono previste per legge numerose iniziative finalizzate a diffondere la conoscenza di quei tragici eventi, a diffondere nelle scuole — anche per il tramite di altre istituzioni ed enti — con dibattiti, studi, convegni.Quel 30 marzo 2004 è divenuta una data spartiacque: c'è stato un prima e c'è stato un dopo. C'è stato un prima, durante molti troppi decenni, durante il quale la sofferenza di migliaia di nostri connazionali è stata volutamente e sistematicamente occultata, negata da una parte politica e dalle istituzioni che da quella parte politica erano rappresentate.Nei libri di storia distribuiti nelle scuole gli studenti studiavano la storia di Roma, la storia del Settecento e dell'Ottocento, e poi della prima e della seconda guerra mondiale, ma non c'erano le pagine sulla tragedia delle foibe: non è che fossero state strappate, non c'erano proprio; annullate, inesistenti.Sia chiaro: la mia non vuole essere un'accusa; anzi è un riconoscimento a quelle forze politiche che, in quell'occasione, hanno però saputo fare un passo coraggioso per far conoscere la verità. Da allora sono stati fatti molti altri passi avanti. Certo, esistono tuttora sacche di negazionismo o, nella migliore delle ipotesi, “riduzioni stinte”, chiamiamole così, ma di questo non voglio parlare: si qualificano da sole.Nel 2020, invece, — e di questo è bene ricordarsi, signor Presidente — Lei, Presidente, assieme al capo di Stato sloveno Pahor, andaste alla foiba di Basovizza per rendere omaggio alle vittime: un momento storico di grande emozione. Forse — mi permetto di dire — potremmo aspettarci anche un altro momento simile, magari insieme ai serbi e ai croati, che pure furono vittime di situazioni drammatiche: potrebbe essere un atto da rendere possibile.Io stesso, nel mio piccolo, mi sono recato a Basovizza e ho sentito il dovere di fronte a quel luogo dove migliaia di italiani, anche da vivi, furono gettati e morirono: mi sono sentito in dovere di inginocchiarmi.Caro Presidente, oggi, nella solennità di quest'Aula, davanti alla sua persona, siamo qui non solo per ricordare, per tramandare, ma anche per rinnovare la nostra richiesta di perdono per il colpevole silenzio che ha avvolto e coperto queste voci per troppi anni.Oggi ricordiamo le vittime, ricordiamo il loro dolore; ricordiamo la vergogna perpetrata ai loro danni e ricordiamo — e ci vergogniamo — per i sassi lanciati nella stazione di Bologna contro quel treno che le riportava in Italia nel febbraio del 1947; ricordiamo e ci vergogniamo per quel latte destinato ai bambini e che invece in quella occasione venne volutamente rovesciato sulle rotaie; ricordiamo e ci vergogniamo per gli insulti gridati agli esuli e per l'oblio nel quale molti di loro lasciammo.Ricordare e tramandare è un atto di verità, di amore e di giustizia che per fortuna non è stato più dimenticato, annullato. Un atto che dobbiamo compiere — come dicevo all'inizio — tutti i giorni, non solo per onorare la memoria, ma anche affinché simili tragedie non possano mai più avvenire. ... ».

Questa è la trascrizione dell'intervento tenuto oggi dal presidente del Senato, il camerata di Fascisti d'Italia Ignazio Benito Maria La Russa, in occasione del Giorno del Ricordo.

C'è un limite alla manipolazione della memoria. E quel limite, anche nel 2026, è stato superato.

Ancora una volta il Giorno del Ricordo viene ridotto a una narrazione comoda, selettiva, nazionalista. Si parla della duplice tragedia delle foibe e dell'esodo, ma si continua deliberatamente a ignorare ciò che la stessa legge istitutiva impone: la "più complessa vicenda del confine orientale". Non è una dimenticanza. È una scelta politica.

Si agitano accuse vaghe e strumentali di "negazionismo" e "riduzionismo", ma si evita con cura qualsiasi ricostruzione storica onesta. Si cancella il contesto. Si rimuove la storia. Si deforma la realtà.

Non si dice che tutto comincia molto prima del 1943. Non si dice che quelle terre furono insanguinate dal fascismo di confine già dal 1919. Non si dice che nel 1941 l'Italia invase la Jugoslavia. Non si dice che reparti e comandi militari italiani furono responsabili di stragi, deportazioni, incendi di villaggi, campi di concentramento, torture, rappresaglie sistematiche contro popolazioni civili slave.

Tutto questo sparisce. E allora la memoria diventa propaganda. Senza nulla togliere all'orrore delle foibe. Senza nulla togliere alla tragedia dell'esodo. Senza nulla togliere al dolore delle vittime italiane. Ma la verità è semplice e scomoda: la narrazione dominante oscura consapevolmente le responsabilità del fascismo. Le minimizza. Le rimuove. Le cancella.

Si costruisce un racconto a senso unico, dove l'Italia è solo vittima e mai carnefice. Dove il regime fascista scompare dalla scena. Dove le colpe politiche, morali e militari vengono sterilizzate. Dove le vittime slave diventano fantasmi senza nome.

Questo non è ricordo. È riscrittura della storia. Il risultato è un Giorno del Ricordo svuotato di significato civile, trasformato in rituale identitario, in celebrazione selettiva, in memoria parziale.

La memoria vera è un'altra cosa. È memoria di tutte le vittime civili: italiane e slave. È riconoscimento delle responsabilità. È denuncia dei crimini del regime fascista. È verità storica, non convenienza politica. Finché si continuerà a raccontare solo metà della storia, il Giorno del Ricordo resterà una commemorazione falsata.

E il dato più grave è questo: anche nel 2026 lo Stato italiano non è ancora riuscito — o non ha voluto — dire tutta la verità. Non per mancanza di documenti. Non per mancanza di studi. Non per mancanza di prove. Ma per scelta.

Perché la verità, quando è scomoda, viene nascosta. E la memoria, quando diventa strumento politico, smette di essere memoria. Questa non è giustizia. Non è riconciliazione. Non è storia. È rimozione. È propaganda. È mistificazione.

E finché il ricordo non includerà tutte le responsabilità e tutte le vittime, continuerà a essere una memoria monca. Una memoria falsa. Una memoria tradita... una memoria che tradisce, e per prime, anche le vittime che si pretendono di commemorare.