Salute

Sanità, il governo prende tempo: tavolo tecnico al posto delle risposte alle criticità sollevate dalle regioni

Più che una soluzione, una mossa per guadagnare tempo. È questa la sensazione che emerge dalla risposta del Ministero della Salute alle critiche delle Regioni sul disegno di legge delega per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale e ospedaliera. Una replica che, dietro il linguaggio istituzionale, evita di sciogliere i nodi politici e finanziari più delicati, spostando il confronto su un terreno futuro e ancora incerto.

Il punto qualificante della posizione del dicastero è l’istituzione di un tavolo tecnico incaricato di definire gli schemi dei decreti legislativi attuativi. Una scelta presentata come apertura al dialogo, ma che nei fatti rinvia le decisioni più importanti. Il tavolo, formalizzato con decreto ministeriale e incardinato presso l’Ufficio di Gabinetto, dovrebbe garantire “il più ampio approfondimento tecnico”. Tradotto: nessuna risposta immediata alle richieste delle Regioni, ma l’avvio di un nuovo percorso burocratico.

La tempistica racconta molto. Dopo la riunione tecnica del 6 marzo, le osservazioni inviate il 13 aprile e un ulteriore confronto nello stesso giorno della comunicazione ministeriale, il governo sceglie di non intervenire sul testo della delega. Una linea chiara: lasciare la norma com’è e rimandare eventuali correzioni alla fase attuativa. Un approccio che, però, rischia di svuotare il ruolo stesso del Parlamento, trasformando i decreti delegati nel vero terreno decisionale.

Il Ministero rivendica la presenza delle Regioni nel futuro tavolo, attraverso il coordinatore tecnico della Commissione Salute o un suo delegato. Un elemento sbandierato come garanzia di partecipazione, ma che non cancella il dato politico: le istanze territoriali non vengono recepite ora, quando il testo è ancora modificabile, ma rinviate a una fase successiva in cui i margini di intervento saranno inevitabilmente più stretti.

Ancora più fragile appare la risposta sul nodo cruciale delle risorse. Il dicastero richiama le regole della contabilità pubblica: ogni decreto dovrà essere accompagnato da una relazione tecnica che certifichi la neutralità finanziaria oppure individui coperture per eventuali nuovi oneri. In assenza di fondi, le misure potranno slittare. Un principio formalmente corretto, ma politicamente evasivo. Perché il problema sollevato dalle Regioni non è la procedura, bensì la sostanza: dove sono le risorse per riformare davvero la sanità?

Il rischio è evidente. Senza stanziamenti certi, la riorganizzazione dell’assistenza territoriale – già al centro delle criticità emerse durante e dopo la pandemia – potrebbe restare sulla carta. E lo stesso vale per il riequilibrio tra ospedali e servizi sul territorio, obiettivo dichiarato da anni ma mai pienamente realizzato.

La strategia del governo appare dunque chiara: mantenere una delega ampia e flessibile, rinviando le scelte concrete ai decreti attuativi. Una scelta che consente di evitare scontri immediati, ma che espone il sistema a un’incertezza prolungata. Per le Regioni, infatti, la partita vera deve ancora cominciare. Ed è proprio lì, nella traduzione operativa dei principi, che si misurerà la credibilità dell’intera riforma.

Nel frattempo, resta una domanda di fondo: si può davvero riformare la sanità italiana senza mettere nero su bianco risorse, tempi e responsabilità? Per ora, la risposta del governo sembra essere no. O, più semplicemente, non ancora. Con il rischio che, ancora una volta, la riforma si perda nei meandri della burocrazia mentre il sistema sanitario continua a fare i conti con le stesse, irrisolte fragilità.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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