Caro energia, Meloni accusa l'Europa. Ma le responsabilità sono prima di tutto del suo governo
Dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio punta il dito contro ETS e politiche europee. Eppure il nodo centrale resta un altro: l'Italia ha perso anni preziosi per accelerare sulle rinnovabili, pur avendo a disposizione le risorse del PNRR.
C'è qualcosa di profondamente contraddittorio nella battaglia che Giorgia Meloni sta conducendo contro il caro energia. Da una parte il governo denuncia il peso crescente dei costi energetici per famiglie e imprese, critica il sistema europeo delle quote di emissione (ETS) e chiede all'Unione Europea di intervenire. Dall'altra, però, negli anni in cui avrebbe potuto agire per ridurre strutturalmente la dipendenza italiana dalle fonti fossili, l'esecutivo ha scelto una strada completamente diversa.
La questione energetica non è una sorpresa emersa all'improvviso. Già all'inizio della legislatura era evidente che l'Europa stava entrando in una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da prezzi del gas volatili, tensioni geopolitiche e progressiva decarbonizzazione dell'economia. Era altrettanto evidente che il modo più efficace per proteggere cittadini e imprese dai rincari sarebbe stato aumentare rapidamente la produzione nazionale di energia rinnovabile.
L'Italia dispone di condizioni particolarmente favorevoli per il fotovoltaico. Il Mezzogiorno è tra le aree più soleggiate d'Europa. Anche l'eolico, sia terrestre sia offshore, offre margini di crescita enormi rispetto agli attuali livelli di sviluppo. E soprattutto il Paese aveva a disposizione una leva finanziaria senza precedenti: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Le risorse del PNRR avrebbero potuto rappresentare il motore di una vera rivoluzione energetica. Accelerare autorizzazioni, investire sulle reti elettriche, sviluppare accumuli, favorire comunità energetiche e grandi impianti rinnovabili avrebbe significato ridurre progressivamente il fabbisogno di gas importato. Meno gas significa meno esposizione alle crisi internazionali e meno vulnerabilità ai rincari.
Invece, l'esecutivo ha continuato a presentare il gas come pilastro fondamentale della strategia energetica nazionale e ha investito gran parte della propria iniziativa politica nella ricerca di nuovi fornitori e nuovi contratti di approvvigionamento. Una scelta che può avere una logica, emergenziale, nel breve periodo, ma che non risolve il problema strutturale.
Emblematica è stata la scelta di rafforzare il rapporto energetico con gli Stati Uniti attraverso maggiori importazioni di gas naturale liquefatto (GNL). L'obiettivo dichiarato era diversificare le forniture dopo la crisi energetica europea. Tuttavia il GNL resta una fonte fossile soggetta alle oscillazioni del mercato globale. Inoltre richiede infrastrutture costose e mantiene il Paese dipendente dalle importazioni estere.
Oggi, a distanza di anni, il governo denuncia il peso dell'ETS sui costi energetici. Ma proprio qui emerge una seconda contraddizione. Il sistema ETS nasce per attribuire un costo economico alle emissioni di CO₂ e incentivare la transizione verso tecnologie più pulite. Più un sistema produttivo continua a dipendere da carbone, petrolio e gas, più risulta esposto all'aumento del prezzo delle quote di emissione.
In altre parole, lamentarsi dell'ETS senza aver accelerato in modo deciso sulle rinnovabili equivale a contestare gli effetti di una scelta che non si è voluta correggere in tempo. Se il mix energetico italiano fosse oggi più ricco di fotovoltaico, eolico e sistemi di accumulo, l'impatto dei costi delle emissioni sarebbe inevitabilmente inferiore.
Naturalmente non tutte le responsabilità possono essere attribuite all'attuale governo. L'Italia accumula ritardi storici nella realizzazione degli impianti energetici, nella modernizzazione delle reti e nella semplificazione burocratica. Ma proprio per questo motivo ci si sarebbe aspettati un'accelerazione straordinaria durante una legislatura caratterizzata dall'arrivo dei fondi europei più consistenti della storia repubblicana.
Invece, mentre altri Paesi hanno continuato a espandere rapidamente la capacità rinnovabile installata, il governo ha mantenuto una visione energetica ancora fortemente ancorata al gas.
Per questo le critiche rivolte oggi a Bruxelles appaiono poco convincenti se non assurde. L'Europa può certamente correggere alcuni meccanismi del mercato energetico e discutere eventuali modifiche all'ETS. Ma nessuna riforma europea può sostituire ciò che un governo nazionale avrebbe potuto fare per ridurre la propria dipendenza dalle fonti fossili... e non ha fatto!
La realtà è che il miglior antidoto al caro energia non è la protesta contro l'Unione Europea. È produrre più energia pulita in casa propria. E su questo terreno il governo Meloni, nonostante le risorse disponibili e il tempo avuto a disposizione, dovrà inevitabilmente rispondere delle proprie scelte.
E come se non bastasse, di fronte alle critiche sulla mancata accelerazione delle rinnovabili, il governo presenta il nucleare come la soluzione salvifica per il caro energia. Giorgia Meloni lo definisce una fonte "sicura, pulita, veloce". Una definizione che, almeno sull'ultimo aggettivo, rischia di suscitare più di qualche sorriso.
"Veloce" è infatti un termine piuttosto curioso per una tecnologia che, anche nelle ipotesi più ottimistiche, non produrrebbe un solo chilowattora prima di una quindicina d'anni. Tra studi preliminari, iter autorizzativi, individuazione dei siti, progettazione, costruzione, collaudi e messa in esercizio, i tempi necessari si misurano in decenni, non in mesi. Nel frattempo famiglie e imprese continuano a pagare bollette elevate oggi, non nel 2040.
Ancora più paradossale appare il dibattito se si considera che l'Italia non è nemmeno riuscita a risolvere il problema delle scorie prodotte dalle vecchie centrali chiuse dopo i referendum popolari. A quasi quarant'anni dall'abbandono dell'atomo, il Paese non dispone ancora di un deposito nazionale definitivo per i rifiuti radioattivi. In altre parole, prima ancora di discutere dove costruire nuove centrali, l'Italia non è stata capace di decidere dove collocare in modo stabile i residui del proprio passato nucleare.
La sensazione è che il nucleare venga utilizzato più come argomento politico che come reale risposta all'emergenza energetica. Perché mentre si promettono centrali che forse vedranno la luce tra quindici o vent'anni, si continua a rinviare lo sviluppo delle tecnologie che potrebbero abbattere la dipendenza dal gas già nei prossimi anni: fotovoltaico, eolico, accumuli, reti intelligenti e comunità energetiche.
Così il paradosso si completa. Dopo aver trascurato l'occasione offerta dal PNRR per accelerare sulle rinnovabili, dopo aver puntato sul GNL importato dall'estero e dopo aver denunciato gli effetti dell'ETS europeo, il governo propone come rimedio una tecnologia che non sarebbe disponibile prima di una generazione politica. Una strategia che ricorda il cittadino che scopre di avere il tetto che perde durante il temporale e, invece di ripararlo, annuncia che lo farà tra quindici anni.
Peccato che le bollette, nel frattempo, continuino ad arrivare ogni mese.