Con One Battle After Another, Paul Thomas Anderson ha progressivamente trasformato la corsa alla Miglior Sceneggiatura Non Originale per gli Oscar, in un terreno a lui favorevole, fino a imporsi come il punto di riferimento inevitabile della stagione.

L’adattamento da Pynchon non è solo il più premiato tra i contendenti, ma anche quello che meglio sintetizza ciò che il ramo tende a riconoscere: complessità strutturale, autorevolezza della firma e una campagna Warner Bros. capace di tradurre il consenso critico in narrativa di inevitabilità. Più che un semplice frontrunner, il film è diventato il parametro con cui vengono misurati tutti gli altri titoli in corsa.

Alle sue spalle, la categoria si organizza in un equilibrio meno stabile ma altrettanto significativo. Hamnet continua a incarnare l’idea di adattamento letterario “alto”, sostenuto da un consenso trasversale e dalla credibilità di Chloé Zhao, mentre Train Dreams rappresenta la variabile più dinamica: entrato tardi, ma ormai pienamente legittimato da una traiettoria critica in crescita e da una scrittura contemplativa che il ramo potrebbe voler premiare come gesto di distinzione.

Più defilato, Bugonia resta un test sulla tolleranza dell’Academy verso la satira come strumento di lettura del presente, forte di una reputazione autoriale ma esposto al rischio di divisività.

Il vero potenziale colpo di scena, però, arriva dal confronto sotterraneo tra Frankenstein e No Other Choice, malgrado l'esclusione di quest'ultimo dal premio della gilda americana degli sceneggiatori (Writers Guild of America Awards) per mancato rispetto dei requisiti sindacali della Guild. Il film di Guillermo del Toro si muove in un immaginario già profondamente assimilato, il progetto NEON offre invece un’idea di adattamento più imprevedibile e culturalmente espansiva.

In una categoria che sembra saldamente guidata dall’autore più rispettato in campo, la battaglia per gli ultimi posti in cinquina resta aperta — ed è lì che la corsa potrebbe cambiare volto all’ultimo momento.