A Palazzo Giustiniani è andato in scena l’ennesimo festival della sanità “che verrà”, rigorosamente declinata al futuro semplice: faremo, investiremo, cambieremo paradigma. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha parlato a lungo di prevenzione, invecchiamento attivo, sinergie europee e riforme epocali. Insomma, tutto ciò che in Italia funziona sempre benissimo… quando resta nei discorsi!

L’evento aveva un titolo ambizioso, “La salute al primo posto”. E infatti la salute era ovunque: nei pannelli, nelle slide, nei concetti astratti. Un po’ meno negli ambulatori affollati, nelle liste d’attesa chilometriche e nei pronto soccorso trasformati in aree di campeggio sanitario. Ma non sottilizziamo: oggi si parlava di visione.

Il ministro ci ha spiegato che il mondo è cambiato. Lo sappiamo: siamo più vecchi, più cronici, più fragili. La vera sorpresa è che se n’è accorto anche il sistema sanitario... solo con qualche decennio di ritardo. Però ora c’è il “cambio di paradigma”: non più solo curare, ma prevenire. Un’idea rivoluzionaria, quasi eretica, che curiosamente circola da almeno quarant’anni, ma che ogni governo riscopre come se fosse appena uscita da un laboratorio segreto.

La prevenzione diventa la “bussola”. Ottimo. Peccato che, a giudicare dai finanziamenti e dal personale disponibile, la bussola punti spesso verso il nulla cosmico. Si parla di stili di vita corretti mentre il medico di base è irreperibile, di attività fisica mentre mancano strutture territoriali, di alimentazione sana mentre l’educazione sanitaria resta affidata a qualche opuscolo e molta buona volontà.

Grande enfasi anche sulla salute mentale. Dopo tredici anni di silenzio, finalmente un piano aggiornato. Tredici anni: giusto il tempo di crescere una generazione intera che nel frattempo ha imparato a convivere con ansia, depressione e precarietà. Ma ora possiamo stare tranquilli: c’è un documento programmatico. E qualche fondo, che suona sempre bene finché non lo si divide tra regioni, burocrazia e carenza di professionisti.

Poi arriva il pezzo forte: la riforma del Servizio sanitario nazionale. A 47 anni il Ssn va “modernizzato”. È un orgoglio nazionale, riceve complimenti all’estero — soprattutto da chi non deve prenotare una visita in Italia. L’idea è unire medicina territoriale e ospedaliera, superare decreti vecchi, valorizzare dati, tecnologia e intelligenza artificiale. Tutto giusto. Tutto già sentito. Nel frattempo, però, la medicina territoriale continua a essere il parente povero, e l’innovazione resta spesso confinata ai convegni.

Il gran finale è un elenco di leggi e primati: oblio oncologico, obesità come patologia cronica, screening pediatrici. Provvedimenti importanti, per carità. Ma il governo sembra confondere l’atto legislativo con la realtà quotidiana, come se bastasse approvare una norma per farla funzionare automaticamente, senza attriti, senza diseguaglianze regionali, senza carenze strutturali.

Il messaggio conclusivo è sempre lo stesso: niente ideologie, solo rigore e responsabilità. Una formula elegante per dire tutto e il contrario di tutto, mentre il cittadino continua a fare i conti con una sanità che promette molto, pianifica tantissimo e realizza a singhiozzo.

“La salute al primo posto”, dunque. Purché resti al primo posto nei discorsi. Sul campo, per ora, se la gioca ancora con burocrazia, attese infinite e personale allo stremo. E lì, purtroppo, l’ironia finisce.