Politica

Amendolara, il grido contro la barbarie: migliaia in piazza per i quattro braccianti bruciati vivi


"Mai più Amin, Ullah, Amjad e Waseem. Mai più disumanità. Mai più sfruttamento".

È questo il grido che sabato ha attraversato le strade di Amendolara, piccolo comune della costa ionica calabrese diventato il simbolo di una delle pagine più atroci dello sfruttamento del lavoro in Italia. Migliaia di persone, lavoratori, sindacalisti, amministratori locali, associazioni e rappresentanti politici sono arrivati da ogni parte del Paese per partecipare alla manifestazione nazionale organizzata dalla Flai-Cgil dopo l'omicidio dei quattro giovani braccianti stranieri, bruciati vivi in un minivan presso un distributore di carburante lungo la Statale 106.

Una tragedia che, secondo gli organizzatori, non può essere archiviata come un fatto di cronaca nera o come una semplice vicenda criminale. Per la Cgil e per la Flai si tratta dell'espressione più estrema di un sistema di sfruttamento che continua a prosperare nell'agricoltura italiana, alimentato dal caporalato, dal lavoro nero, dalla precarietà e dall'assenza di controlli adeguati.

Il corteo dal luogo dell'orrore

La manifestazione è partita dal punto più doloroso: il distributore di benzina sulla Statale 106 dove il primo giugno sono morti i quattro giovani lavoratori.

Qui è stata deposta una corona di fiori in memoria delle vittime: il pachistano Waseem Khan, 29 anni, e gli afghani Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni. Quattro ragazzi che avevano lasciato i propri Paesi in cerca di lavoro e che hanno trovato invece sfruttamento, ricatti e infine la morte.

Dal distributore il corteo ha raggiunto piazza Fanfani, dove si sono svolti gli interventi conclusivi del segretario generale della Flai-Cgil, Giovanni Mininni, e del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Secondo le stime degli organizzatori, i partecipanti sono stati circa cinquemila, un numero enorme per un territorio periferico e scarsamente collegato come quello dell'Alto Ionio cosentino.

Il movente: chiedevano di essere pagati

L'inchiesta giudiziaria sta facendo emergere un quadro inquietante.

Secondo gli investigatori, i quattro braccianti sarebbero stati vittime di una feroce ritorsione dopo aver reclamato il pagamento di salari arretrati e la regolarizzazione del proprio rapporto di lavoro. Un semplice contratto, una paga dovuta da settimane: richieste elementari che si sarebbero trasformate in una condanna a morte.

Le indagini hanno portato all'arresto di Ali Razi e Safeer Ahmed, due caporali pakistani accusati di omicidio e di aver mantenuto i lavoratori in condizioni assimilabili alla schiavitù. Un quinto lavoratore, Taj Mohammad Alamyar, è riuscito a salvarsi dalle fiamme riportando gravi ustioni e ha fornito agli inquirenti elementi decisivi per ricostruire quanto accaduto.

Landini: "Bisogna dire basta"

Nel suo intervento, Maurizio Landini ha parlato di una responsabilità collettiva che va oltre il singolo episodio.

"Bisogna uscire dall'ipocrisia e dire basta a questo sistema di fare impresa", ha affermato il leader della Cgil. "Non è un problema che riguarda qualche migrante. C'è bisogno di una reazione da parte di tutti i soggetti politici, istituzionali e imprenditoriali per fermare uno sfruttamento che sta portando alla morte delle persone".

Parole che hanno trovato eco nell'intervento di Giovanni Mininni, secondo cui quanto avvenuto ad Amendolara rappresenta "un crimine politico e sociale", un atto di vendetta contro lavoratori che avevano osato chiedere il rispetto dei propri diritti. Per il segretario della Flai non basta arrestare il caporale di turno: occorre colpire l'intera filiera dello sfruttamento.

L'accusa al governo

La manifestazione si è trasformata inevitabilmente anche in un atto d'accusa contro il governo.

Sindacati, opposizioni e associazioni hanno contestato l'assenza di una strategia efficace contro il caporalato e il mancato utilizzo delle risorse europee destinate al superamento dei ghetti agricoli.

Al centro delle critiche ci sono i circa 200 milioni di euro del Pnrr destinati proprio a contrastare le condizioni di degrado abitativo dei lavoratori agricoli migranti. Risorse che, secondo quanto denunciato dai partecipanti alla manifestazione, sarebbero state utilizzate soltanto in minima parte.

A rendere ancora più evidente il vuoto istituzionale, secondo gli organizzatori, è stata l'assenza di rappresentanti della Regione Calabria. Nessun componente della giunta regionale ha partecipato alla manifestazione, nonostante il luogo della strage si trovi a poche decine di chilometri dalle sedi istituzionali del territorio.

Schlein e Fratoianni: "Non basta parlare di caporalato"

Alla manifestazione hanno partecipato anche la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, il leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, il segretario del Prc Maurizio Acerbo e una delegazione del Movimento 5 Stelle guidata dall'europarlamentare Pasquale Tridico.

Schlein ha ricordato uno per uno i nomi delle vittime, sottolineando come dietro quei nomi ci fossero persone, famiglie, sogni e aspettative.

La leader dem ha chiesto un rafforzamento della legge contro il caporalato, maggiori controlli, la tutela di chi denuncia e strumenti più incisivi contro le aziende che utilizzano manodopera sfruttata. Secondo Schlein, non si può più parlare soltanto di caporalato ma anche di "padronato", perché lo sfruttamento prospera grazie alle responsabilità e alle connivenze di chi trae profitto dal lavoro sottopagato.

Fratoianni ha invece puntato il dito contro il mancato utilizzo dei fondi europei e contro quella che ha definito l'inerzia dell'esecutivo.


La Bossi-Fini nel mirino

Tra gli interventi più applauditi c'è stato quello di Luis, operaio edile immigrato dal Ghana, che ha indicato nella legge Bossi-Fini una delle radici strutturali del problema.

Secondo il lavoratore, l'irregolarità amministrativa rende migliaia di persone facilmente ricattabili, costringendole ad accettare salari da fame e condizioni di lavoro degradanti pur di non perdere il permesso di soggiorno o la possibilità di lavorare.

Una tesi condivisa da diversi partecipanti alla manifestazione, che hanno collegato il fenomeno del caporalato non soltanto alla criminalità organizzata ma anche a un modello produttivo che trae vantaggio dalla vulnerabilità dei lavoratori migranti.


Una ferita aperta per tutto il Paese

La manifestazione di Amendolara non è stata soltanto il ricordo di quattro giovani uccisi. È stata soprattutto una denuncia collettiva di un sistema che continua a produrre sfruttamento e morte.

Dietro la tragedia di Waseem, Amin, Ullah e Safi emerge infatti una realtà che riguarda gran parte dell'agricoltura italiana: lavoro nero, salari non pagati, trasporti insicuri, alloggi degradati e una filiera economica che spesso scarica il peso della competizione sui lavoratori più deboli.

Per questo, al termine del corteo, il messaggio lanciato dalla piazza è andato oltre il dolore e la commemorazione. La richiesta è stata unanime: che la morte dei quattro braccianti non venga dimenticata e che da questa tragedia nasca finalmente una svolta concreta nella lotta contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro.

Perché, come hanno ripetuto per tutta la giornata i manifestanti, "chi chiede i propri diritti non può finire bruciato vivo".

Autore Piero Rizzo
Categoria Politica
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