Politica

Marche: vince l’astensione, perde la politica.

La destra festeggia, la sinistra si lecca le ferite, ma la verità - quella scomoda, quella che nessuno vuole pronunciare - è che nelle Marche, come ormai in tutta Italia, il vero vincitore è l’astensionismo. E con esso, la sfiducia in questa politica. Vince il disincanto di un Paese che non crede più alla politica, che non si riconosce più in nessuno e che, quando ancora si trascina fino al seggio, lo fa più per istinto di autodifesa che per convinzione.

Altro che “premiati dal buon governo”, come ha detto Giorgia Meloni commentando la rielezione di Francesco Acquaroli. La realtà è che il centrodestra resta al potere non perché abbia entusiasmato o convinto, ma perché la maggioranza dei cittadini ha semplicemente smesso di sperare. E quando speranza e fiducia evaporano, la scelta elettorale diventa un gesto minimo: votare turandosi il naso, scegliere il meno peggio, difendersi da un avversario che si percepisce come peggiore.

In questo contesto, la riconferma del centrodestra nelle Marche – regione storicamente di sinistra – non è il segnale di un consenso solido e maturo, ma la fotografia di un Paese stanco, rassegnato, disilluso. Meloni e soci hanno ben poco da festeggiare. Perché a tre anni dall’insediamento del governo, le grandi promesse sbandierate in campagna elettorale sono rimaste lì, intatte e intonse, a prendere polvere sul tappeto di Palazzo Chigi.

La riforma delle pensioni? Sparita dai radar. L’aumento dei salari? Mai pervenuto. Il controllo dell’immigrazione? Un miraggio, con sbarchi in crescita e accordi internazionali tanto reclamizzati quanto inconsistenti. La lotta all’evasione fiscale? Rimandata a data da destinarsi, mentre crescono condoni e sanatorie. Sanità pubblica e sicurezza urbana? Due emergenze ignorate, due settori lasciati a sfinirsi tra tagli e promesse non mantenute.

Se questa è la “premiata” capacità di governo, allora il premio non arriva certo dai risultati. Arriva dal vuoto, dall’assenza di alternative credibili, da un centrosinistra incapace di articolare una proposta politica che vada oltre il “mandiamoli a casa”. Il "campo largo" scopre che non basta sommare i voti. Un cittadino su due resta a casa: ormai è chiaro, l'offerta politica non li rappresenta. È su questo terreno sterile che il centrodestra continua a mietere vittorie: non perché semini consenso, ma perché nessuno semina più nulla.

E intanto, elezione dopo elezione, l’Italia si svuota di partecipazione. Cresce il numero di chi non vota, cresce la distanza tra istituzioni e cittadini, cresce l’idea – ormai sedimentata – che votare serva a poco o a nulla. È una malattia silenziosa, ma letale, e che nessuno sembra voler curare. Perché in fondo, a destra come a sinistra, questo astensionismo fa comodo: riduce il rischio, sterilizza la rabbia, congela gli equilibri.

Ma se la politica si accontenta di governare un Paese in fuga dalle urne, se considera un successo amministrare con il consenso di una minoranza attiva, allora la democrazia stessa rischia di diventare un rito svuotato di senso.

La destra può pure stappare le bottiglie e parlare di vittoria, ma non è una vittoria piena. È un successo che poggia sul vuoto, sullo sfinimento e sulla resa. E la sinistra può pure analizzare l’ennesimo “fallimento del campo largo”, ma finché non capirà come ricucire il legame con chi non vota più, resterà irrilevante.

Perché, al di là delle facili narrazioni, la verità resta una: non ha vinto la destra, non ha perso solo la sinistra. Ha perso la politica. E a vincere, ancora una volta, è stato il disincanto.

Autore Gregorio Scribano
Categoria Politica
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