Fiamma Nirenstein è da tempo una vergogna per il giornalismo e con quello che ancora scrive continua ad esserlo
Se interpretiamo alla lettera la tesi di Fiamma Nirenstein (espressa nell'articolo "Il portavoce di Hamas ucciso: così Israele combatte la propaganda", pubblicato su il Giornale del 1 settembre), allora la conseguenza è ineludibile: se è giusto eliminare Abu Obeida perché la sua parola era "propaganda", lo stesso trattamento spetterebbe ai propagandisti israeliani che, con comunicati e dichiarazioni, giustificano bombardamenti, assedi e massacri... cioè il genocidio e l'aparthleid in atto a Gaza, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania.
Se il portavoce di Hamas meritava la morte perché usava la voce come arma, perché mai non dovrebbero meritare lo stesso destino i suoi omologhi dall'altra parte del fronte? Ad esempio il portavoce delle IDF Daniel Hagari oppure ministri come Israel Katz, Itamar Ben Gvir o Bezalel Smotrich... e perché non lo stesso Netanyahu!
E qui il paradosso diventa lampante: non solo i portavoce ufficiali, ma anche i commentatori che esultano davanti a un assassinio rientrerebbero nella categoria dei "bersagli legittimi" a partire dalla stessa Fiamma Nirenstein, che si compiace della soppressione fisica di un uomo per le sue parole... è lei stessa a suggerirlo a chiunque volesse utilizzare la stessa logica da lei proposta. Non lo diciamo per auspicarlo – sarebbe un'atrocità – ma per mostrare quanto sia pericolosa e distruttiva la sua tesi.
Così la soddisfazione espressa di fronte a un assassinio diventa la prova di una malattia profonda. Perché se oggi si applaude alla morte di chi parla "male di Israele", domani, con lo stesso metro, si potrebbe applaudire alla morte di chi parla "male della Palestina", o "male dell’Occidente". La logica è la stessa: basta dichiarare che una voce è "propaganda", e la pallottola diventa la risposta.
Ecco il punto: accettare l'uccisione di un "propagandista" (ammesso che Abu Obeida lo fosse) significa ammettere che la parola è un crimine punibile con la morte. Significa trasformare la libertà di espressione in un privilegio concesso solo agli amici, mai ai nemici. Significa che chi parla contro, chi narra diversamente, chi osa mettere in discussione, diventa SEMPRE e COMUNQUE un bersaglio legittimo non di argomentazioni, ma di droni.
Chi esulta per la morte di Abu Obeida non difende la democrazia: ne celebra la morte. Perché la democrazia vive del confronto tra versioni contrastanti, anche menzognere, e il compito di smascherarle non spetta agli F-16, ai droni, agli obici, ai carrarmati o ai cecchini... ma al giornalismo, alla critica, al dibattito pubblico.
Legittimare l'assassinio di chi parla è l'anticamera del totalitarismo. E quando una giornalista lo difende come ha fatto Nirenstein, dovrebbe almeno avere il coraggio di riconoscere che, con lo stesso metro, ha appena firmato la propria condanna.