La riforma della Medicina generale è entrata prepotentemente nell’agenda politica e sanitaria italiana. Due appuntamenti fondamentali, il 7 e il 10 maggio, hanno visto la Conferenza Stato-Regioni discutere una bozza di riforma che potrebbe segnare un cambio radicale: il passaggio del medico di famiglia da libero professionista convenzionato a dipendente del Servizio sanitario nazionale.
Secondo un’inchiesta di Repubblica firmata da Michele Bocci e pubblicata l’11 maggio, la proposta – redatta dai tecnici di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lazio – prevede che l’attuale modello a convenzione vada ad esaurimento, mentre i nuovi ingressi saranno inquadrati direttamente negli organici delle Asl. Una trasformazione che mira a garantire maggiore integrazione, presenza sul territorio e continuità assistenziale, ma che sta già incontrando una forte resistenza.
Cosa prevede la bozza
Il cuore della riforma è la trasformazione del ruolo del medico di famiglia: chi entrerà nel sistema dopo l’approvazione della legge sarà assunto come dipendente pubblico, inquadrato nel ruolo della dirigenza medica, come già accade negli ospedali. In parallelo, i medici attualmente convenzionati potranno scegliere se restare nel regime attuale o transitare nella nuova configurazione.
Dal punto di vista formativo, il percorso di Medicina generale regionale dovrà essere integrato con un anno supplementare per essere equiparato alla futura specializzazione universitaria in “Medicina di comunità e delle cure primarie”, che si intende istituire e strutturare in quattro anni.
Tra i vincoli imposti, l’obbligo di almeno 18 ore settimanali di presenza nelle Case di Comunità, che diventeranno il perno dell’assistenza territoriale, con una disponibilità complessiva per ciascun medico di 38 ore settimanali, di cui 21 dedicate direttamente agli assistiti e 17 alle attività aziendali.
In un'ottica di transizione, si prevede l’integrazione tra professionisti convenzionati e personale dipendente. Inoltre, i medici in formazione alla data di entrata in vigore della legge e i pediatri verranno direttamente assunti nel SSN.
Fratture politiche e regionali
Il fronte politico e istituzionale è tutt’altro che compatto. Il presidente del Lazio, Francesco Rocca, si è fatto promotore della riforma, sostenuto da Regioni come Veneto e Friuli, ma anche da Campania, Puglia e Toscana. Tuttavia, queste ultime preferirebbero che fosse il Governo a presentare una proposta unitaria e definitiva.
All’opposizione si trovano Regioni che temono una perdita di autonomia o che ritengono il loro modello già efficace. L’Emilia-Romagna, per esempio, rivendica una buona integrazione tra medici e Case di Comunità senza bisogno di introdurre la dipendenza. Le Marche hanno recentemente stretto accordi con i sindacati per rafforzare le Aggregazioni Funzionali Territoriali, puntando su soluzioni organizzative flessibili.
La Lombardia, dove la carenza di medici di famiglia è particolarmente grave, ha scelto una strada diversa: estendere l’età pensionabile fino a 73 anni e attivare concorsi straordinari per affrontare l’emergenza.
Nel frattempo, Forza Italia – pur parte della maggioranza – ha presentato un disegno di legge alternativo, opponendosi alla visione centralista e dirigista della riforma. Un segnale evidente di quanto sia fragile il consenso politico sul tema.
Un’urgenza dettata dai numeri (e dal PNRR)
Negli ultimi cinque anni l’Italia ha perso oltre 5.000 medici di medicina generale, con il totale sceso a circa 37.000. In molte zone del Nord il rapporto supera i 1.583 abitanti per medico, generando un sovraccarico insostenibile e mettendo in crisi l’assistenza primaria.
In questo contesto, la riforma non è solo un atto politico, ma una necessità imposta dalla realtà e dalle scadenze. In particolare, il PNRR impone l’attivazione delle Case di Comunità entro tempi stretti. Senza un’iniezione di professionisti disponibili a lavorare in quelle strutture, il rischio è che rimangano cattedrali nel deserto.
La riforma della Medicina generale potrebbe essere il passaggio chiave per garantire la sopravvivenza e l’efficienza del nostro Servizio sanitario nazionale. Ma il nodo da sciogliere è politico prima ancora che tecnico. Le divisioni tra Regioni, il peso degli interessi corporativi e le differenze ideologiche potrebbero rallentare – o sabotare – un processo che, nel frattempo, è reso ancora più urgente dalla carenza cronica di medici e dalle scadenze imposte dal PNRR. È una corsa contro il tempo. E finora, l’Italia non ha mai brillato nei finali di partita.


