Macron, ormai a fine corsa, perde i pezzi a casa sua, mentre l'Europa l'abbandona
Macron parla e l’Europa dovrebbe tremare, almeno secondo Macron, che dal suo scranno dell’Eliseo suona l’allarme Groenlandia come se Nuuk fosse sotto assedio e non, banalmente, un territorio autonomo danese dentro la NATO, mentre nel mondo reale Berlino gli sfila la sedia da sotto il tavolo del famoso “super caccia europeo”, quello che doveva dimostrare la supremazia industriale franco-tedesca e che invece dimostra soltanto quanto sia complicato collaborare quando uno dei partner pretende di fare il comandante e l’altro il figurante.
È una scena quasi perfetta: il presidente che ammonisce l’Unione a svegliarsi di fronte a minacce epocali e, poche ore dopo, scopre che il progetto simbolo della sua Europa della difesa si sbriciola perché la Germania non ha alcuna voglia di finanziare l’ennesima incarnazione della grandeur francese travestita da cooperazione.
Il FCAS doveva essere il caccia di sesta generazione, l’Airbus della guerra del futuro, ed è diventato un laboratorio di veti incrociati, ritardi, duplicazioni e sospetti, con Parigi decisa a comandare e Berlino sempre più tentata di guardare altrove, magari verso programmi dove la leadership non è un dogma ma una negoziazione.
Non a caso, mentre Macron predica autonomia strategica, la Francia resta uno dei Paesi europei più dipendenti dall’export militare e dalla retorica del “noi sappiamo come si fa”, salvo poi scoprire che senza gli altri non si fa nulla.
Così il presidente che invita l’Europa a non essere ingenua sulla Groenlandia appare improvvisamente molto ingenuo quando crede di poter guidare il continente a colpi di monologhi e conferenze stampa, come se bastasse alzare la voce per sostituire i fatti, come se bastasse evocare minacce lontane per non rispondere a quelle vicinissime, tipo il fallimento di un progetto industriale che avrebbe dovuto unire e invece divide.
Alla fine resta un copione già visto: la Francia che si auto-proclama motore d’Europa, gli altri che annuiscono con cortesia e poi fanno i conti, e Macron che scopre che la leadership non si decreta, si costruisce, e soprattutto non sopravvive a lungo quando chiede agli altri di seguire mentre inciampa da solo sulla pista di decollo del suo stesso super caccia.
Macron, nel frattempo, continua a dare il meglio di sé quando il sipario scricchiola. Nell’autunno 2025 era riuscito nell’impresa quasi artistica di nominare un premier che dura meno di uno yogurt lasciato al sole: pochi giorni, dimissioni, applausi involontari e una Francia inchiodata a un governo fantasma, con opposizioni che litigano, alleati che spariscono e l’Eliseo che finge si tratti di raffinata instabilità istituzionale. Un capolavoro di leadership fluida, così fluida che non si riesce più a capire chi governa cosa.
Per non parlare del suo arrivo a Davos, metà gennaio, quando Macron decide che la geopolitica ha bisogno di stile: occhiali a specchio, battute da TED Talk, promesse di pace universale mentre intorno infuriano guerre commerciali, riarmo, crisi tecnologiche e alleanze che scricchiolano.
Più che un intervento da capo di Stato sembra il trailer di un biopic su se stesso, con l’Europa sullo sfondo ridotta a comparsa muta, giusto buona per applaudire la visione.
E intanto il calendario fa il suo lavoro ingrato: il mandato scade nel 2027, due elezioni già in tasca, una terza vietata dalla Costituzione, sipario che si avvicina senza possibilità di bis. Ironia della sorte: tanto affanno per sembrare indispensabile, quando la data di scadenza è già stampata in bella vista.
Macron non potrà ricandidarsi, ma continua a comportarsi come se il problema fosse solo trovare l’inquadratura giusta, il discorso giusto, l’allarme giusto da suonare.
Governa una Francia politicamente sfilacciata, parla a un’Europa sempre meno convinta e si muove come un presidente già proiettato nel dopo, intento a scolpire l’eredità mentre il presente gli scivola tra le dita.