Violenza tra minori e rischio emulazione: l’allarme della Garante Terragni su media e social
Non sono episodi isolati. Il video di un tredicenne che tenta di uccidere la propria insegnante, il piano di un diciassettenne di replicare la strage di Columbine, aggressioni tra giovanissimi con coltelli, fino al caso di un ragazzino sorpreso a scuola con un serramanico. Fatti diversi, ma legati da un filo comune: una crescente esposizione alla violenza tra minori e, soprattutto, il rischio concreto che questi episodi possano essere imitati.
A lanciare l’allarme è Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che invita a non sottovalutare il fenomeno. Le notizie, chiarisce, “non possono essere omesse”, ma devono essere trattate con estrema cautela. Il punto non è censurare, bensì evitare di trasformare l’informazione in un detonatore di comportamenti emulativi.
Secondo la Garante, il problema non riguarda la pubblicazione delle notizie in sé, ma il modo in cui vengono raccontate. L’attenzione si concentra su dettagli superflui, descrizioni minuziose e ricostruzioni che vanno oltre l’essenziale. Elementi che, se amplificati, possono diventare modelli da imitare per soggetti fragili.
Le attuali regole deontologiche dell’Ordine dei giornalisti intervengono in modo specifico solo su suicidi e autolesionismo, raccomandando di evitare particolari che possano indurre all’emulazione. Parallelamente, il Codice di autoregolamentazione su tv e minori limita la diffusione di immagini violente o disturbanti.
Ma oggi questo impianto mostra i suoi limiti. “I mezzi di diffusione sono numerosi e difficilmente controllabili”, osserva Terragni. Non solo televisione e stampa: social network, chat e sistemi di messaggistica moltiplicano la portata dei contenuti, spesso senza filtri. In questo contesto, l’appello è chiaro: giornalisti e media devono andare oltre le regole minime e assumersi una responsabilità più ampia.
Il fronte più critico resta quello digitale. Per la Garante è urgente fissare a 16 anni l’età minima per l’accesso ai social network, una richiesta avanzata già dal 2018 ma mai pienamente attuata.
La posizione si inserisce in un quadro internazionale in evoluzione. Nella nota si richiama una recente sentenza di un tribunale di Los Angeles che, il 25 marzo scorso, ha condannato Meta e Google, ritenendole responsabili di aver progettato piattaforme capaci di generare dipendenza nei minori, con conseguenze sulla salute mentale.
Un passaggio che segna un cambio di passo: le Big Tech non possono più limitarsi a dichiarazioni di principio, ma devono rispondere concretamente dell’impatto dei loro prodotti sui più giovani.
Accanto a media e piattaforme, c’è un terzo attore chiamato in causa: la famiglia. Terragni parla di un “forte impegno educativo” che non può essere delegato. I genitori restano la prima linea di difesa, sia nel monitorare l’uso dei dispositivi digitali, sia nell’intercettare eventuali segnali di disagio o comportamenti devianti.
Il messaggio è netto: non basta intervenire dopo. Serve prevenzione, attenzione quotidiana e capacità di leggere ciò che spesso resta nascosto.
Il quadro che emerge è complesso. Da un lato il diritto di cronaca, dall’altro la tutela dei minori in un ecosistema informativo radicalmente cambiato. In mezzo, il rischio che la violenza raccontata diventi violenza replicata.
La linea indicata dalla Garante è pragmatica: informare sì, ma senza spettacolarizzare. Ridurre i dettagli inutili, evitare la morbosità, limitare la circolazione incontrollata di immagini e video.
Perché oggi, più che mai, il modo in cui si racconta una notizia può fare la differenza tra informare e innescare una pericolosa catena di imitazioni.