Il Documento di Programmazione Economico-Finanziaria (DPEF) atteso per il prossimo mese di giugno si preannuncia come uno dei più complessi e vincolati degli ultimi anni. Il testo non potrà fare altro che certificare una realtà macroeconomica ampiamente prevedibile, caratterizzata dall'esaurimento degli stimoli artificiali del passato e da un quadro internazionale profondamente instabile. 

Infatti, la spinta inflazionistica del reddito di cittadinanza e il progressivo esaurimento della spinta fiscale dei bonus edilizi erano ampiamente prevedibili già nel 2019, quando quelle norme vennero attuate.
Nel primo caso, regalando denaro da spendere subito, si è scatenata la corsa all'acquisto di beni di prima necessità; i negozianti hanno alzato i prezzi e le aziende, faticando a trovare personale a basso costo, hanno scaricato i rincari sui listini finali. 
Nel secondo caso, regalando lo Stato più del 100% del costo dei lavori, è saltata ogni trattativa: i prezzi di mattoni e ponteggi sono quadruplicati perché tanto "pagava Pantalone". 
Esaurito questo stimolo artificiale, la fiammata della crescita si è spenta di colpo, lasciandoci in eredità un'inflazione strutturale e un debito pubblico gigantesco che oggi blocca qualsiasi investimento serio per le imprese.
 
In questo scenario, è del tutto fisiologica una crescita nazionale estremamente moderata (con una crescita del PIL 2026 stimata tra lo 0,3% e lo 0,6%), mentre il tessuto delle imprese italiane mostra una forte polarizzazione tra la resilienza del terziario e la sofferenza della manifattura tradizionale. 
Dunque, la redazione del documento si muoverà su un binario strettissimo, schiacciata tra le rigide regole del Patto di Stabilità europeo e la necessità di sostenere un tessuto produttivo fortemente polarizzato.

Il Documento di giugno fotograferà un'economia italiana a due velocità, dove la tenuta complessiva del sistema è affidata a pochi comparti resilienti, mentre i settori industriali tradizionali mostrano chiari segnali di sofferenza.

I comparti in espansione sono i Servizi, Turismo e Logistica (sostenuti anche dall'indotto e dagli investimenti legati ai cantieri delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina), l'Agroalimentare (che si conferma anticiclico, con un export record che ha superato i 72 miliardi di euro), la Farmaceutica (che mantiene una solida proiezione internazionale) e l'Elettronica (che cresce del +1,9% grazie alla transizione digitale).

I comparti in sofferenza sono la Manifattura Tradizionale (che sconta la profonda crisi industriale della Germania, il Sistema Moda e Beni per la Casa (schiacciati dalla contrazione dei consumi interni e dalla debolezza nei mercati europei) e la Grande Distribuzione Organizzata - GDO (che registra una crescita puramente nominale dei fatturati (109,8 miliardi di euro), ma i volumi reali sono piatti, con i consumatori che si spostano massicciamente verso i discount).
 
Un capitolo centrale del DPEF sarà dedicato alla tenuta dell'Occupazione, che si conferma paradossalmente solida a fronte di un PIL stagnante. Il tasso di disoccupazione generale rimarrà stimato sui minimi storici (5,1% - 5,9%).
Questo fenomeno è guidato dal labor hoarding: le imprese, consce della scarsità di manodopera qualificata, preferiscono trattenere i lavoratori anche in fasi di rallentamento della produzione.

Tuttavia, il documento evidenzierà anche due gravi criticità strutturali: la spaccatura dell'Edilizia e il mismatch delle Competenze.
La prima, infatti, vive una dicotomia netta. L'edilizia residenziale è entrata in una recessione tecnica post-Superbonus. Al contrario, l'edilizia infrastrutturale e industriale viaggia a pieno regime, ma si tratta di una crescita interamente dipendente dall'avanzamento dei cantieri pubblici legati al PNRR. Le intenzioni di assunzione nel comparto edile e manifatturiero registreranno un netto peggioramento.
La seconda vede notevoli difficoltà di reperimento dei profili tecnici e digitali, che vede scoperto circa il 40% delle posizioni aperte. Il DPEF potrebbe sottolineare la necessità di riforme degli istituti tecnici e professionali per evitare la dipendenza strutturale dall'importazione di tecnici dall'estero.
 
Andando ai bilanci aziendali, il DPEF registrerà una generalizzata compressione dei margini di profitto (EBITDA margin).
Sebbene i ricavi del Made in Italy mostrino una crescita nominale media dell'1,5%, i volumi reali sono fermi. Le imprese si trovano schiacciate tra l'aumento del costo del lavoro contrattuale, il costo del credito rimasto rigido e costi energetici strutturali che vedono il prezzo del gas in Europa ancora quattro volte superiore a quello degli Stati Uniti.
Per reagire a questa perdita di competitività, la programmazione economica statale dovrà ridefinire gli incentivi industriali, abbandonando definitivamente la logica dei sussidi a fondo perduto. 
 
Arrivati al Piano Transizione 5.0, la prima fase finanziata dal PNRR vede oltre 19.000 progetti per 4,25 miliardi di euro esauriti, focalizzati su efficientamento energetico e fonti rinnovabili.
Quanto ai Maxi-Ammortamenti (2026-2028), il DPEF delineerà l'attuazione del nuovo decreto ministeriale e con l'apertura della piattaforma GSE a inizio giugno, verranno mobilitati circa 9,8 miliardi di euro di risorse rimodulate, reintroducendo formule fiscali rigide legati all'acquisto di beni strumentali digitali ed energetici.
Verrà certamente confermata la ZES Unica per gli investimenti nelle regioni del Sud, essendo uno strumento di coesione territoriale per l'acquisto di macchinari e impianti.
 
Le previsioni programmatiche dovranno anche blindare i conti contro tre grandi minacce esterne:

  1. l'impatto dei potenziali dazi commerciali statunitensi sulle nostre esportazioni (meccanica e alimentare in primis),
  2. lo svantaggio competitivo permanente dei costi energetici europei rispetto a USA e Cina,
  3. la strettissima cronotabella della messa a terra del PNRR, che rappresenta l'unico vero polmone economico per evitare la crescita zero.


In conclusione, il DPEF di giugno fungerà da perimetro invalicabile per la successiva Legge di Bilancio e la strategia sarà improntata al massimo realismo e alla gestione dei rischi.

La linea guida del documento sarà chiara: rassicurare i mercati ed evitare impennate dello spread in un momento in cui i tassi di interesse europei pesano enormemente sul rifinanziamento del nostro debito.

Ciò non toglie che il DPEF non faccia progressi sul cuneo fiscale, rendendolo strutturale. 
Il taglio del cuneo fiscale nel DPEF - infatti - risponde a una logica contabile opposta ai sussidi. Non è spesa pubblica corrente, ma una riduzione strutturale delle entrate (minori entrate) secondo i criteri SEC 2010.
Tecnicamente, la misura stabilizza l'aliquota marginale effettiva sui redditi medio-bassi eliminando l'incertezza dello "scalone contributivo". A livello macroeconomico, l'intervento incrementa il reddito disponibile permanente e difende il potere d'acquisto dall'inflazione al 3,2%, senza aumentare il costo del lavoro per le imprese né innescare la spirale salari-prezzi.

Inoltre, il DPEF non introdurrà nuovi o ulteriori piani assistenziali: l'occupazione ai massimi storici elide l'esigenza di ammortizzatori di massa. Il Documento punterà probabilmente sul "welfare contrattuale mirato", ovvero micro-bonus fiscali verticali per categorie specifiche (famiglie numerose, giovani under 35, micro-filiere di GDO e artigianato). Tecnicamente non si userà nuovo deficit, vietato dalle regole UE: il finanziamento avverrà tramite spending review interna, riallocando i residui passivi non spesi dei ministeri (reprioritization).
Questa strategia offre due vantaggi: garantisce flessibilità contabile immediata senza alterare i saldi strutturali di bilancio e concentra le poche risorse disponibili su target specifici invece di disperderle in sussidi universali.

Quanto alle imprese, il DPEF dovrà necessariamente virare verso un'autonoma ristrutturazione strategica fondata su incentivi fiscali rigidi per i beni strumentali, abbandonando definitivamente i vecchi sussidi a fondo perduto.
L'obiettivo macroeconomico è duplice: da un lato si stimola l'autoproduzione energetica per abbattere lo svantaggio competitivo dei costi strutturali europei, dall'altro si incentiva il riorientamento geografico dell'export.
Le aziende italiane saranno così spinte a diversificare i propri mercati di sbocco verso i paesi extra-UE in forte espansione, affrancandosi dalla stagnazione economica che penalizza i partner commerciali tradizionali del vecchio continente come la Francia e la Germania.

 Fonti; Istat, Confcommercio, Confartigianato, Prometeia, Confindustria, Bankitalia, Unioncamere)