La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran è ormai sul punto di crollare. Nelle prime ore di martedì gli Stati Uniti hanno lanciato nuovi attacchi contro il territorio iraniano, poche ore dopo che il presidente Donald Trump aveva annunciato la decisione di ripristinare un blocco navale contro i porti iraniani e introdurre un sistema di pagamento per le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz sotto protezione americana.

La risposta di Teheran è arrivata immediatamente, con attacchi contro alcuni Paesi alleati degli Stati Uniti nella regione e contro navi commerciali in transito. Una nuova fase del conflitto che rischia di cancellare definitivamente l’accordo provvisorio raggiunto per sospendere le ostilità, riaprire uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo e concedere tempo ai negoziatori per arrivare a una soluzione definitiva.

Il timore ora è che lo scontro possa trasformarsi in una guerra aperta dalle conseguenze imprevedibili non solo per il Medio Oriente, ma per l’intera economia mondiale. Lo Stretto di Hormuz, infatti, è diventato il centro della crisi: attraverso questo corridoio marittimo passa, in condizioni normali, circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzato a livello globale.


La battaglia per Hormuz: il punto strategico del conflitto

La capacità dell’Iran di condizionare il traffico nello Stretto di Hormuz si è rivelata, dall’inizio della guerra, la sua principale leva strategica. Attraverso attacchi contro navi commerciali e minacce dirette agli operatori marittimi, Teheran è riuscita a ridurre drasticamente la sicurezza della navigazione in una delle aree più sensibili del pianeta.

Gli effetti economici sono stati immediati: l’incertezza sui rifornimenti energetici ha spinto verso l’alto i prezzi del petrolio, del gas e di numerose materie prime, aggravando una situazione già difficile per molti Paesi alle prese con l’aumento del costo della vita.

L’accordo temporaneo prevedeva proprio la riapertura dello Stretto e il ritorno alla libera circolazione delle navi per un periodo di 60 giorni, durante il quale sarebbero dovuti proseguire i negoziati su un’intesa definitiva, comprendente anche il controverso programma nucleare iraniano.

Ma negli ultimi giorni le violazioni dell’accordo si sono moltiplicate, con nuove azioni contro alcune imbarcazioni in transito. La decisione americana di tornare al blocco navale rappresenta quindi un ulteriore colpo alla possibilità di mantenere in vita il negoziato.

Gli attacchi americani contro l’Iran e la risposta di Teheran

Il Comando Centrale delle forze armate statunitensi ha confermato di aver colpito diversi obiettivi in Iran, tra cui sistemi di difesa costiera, infrastrutture per missili e droni e capacità navali utilizzate per minacciare la navigazione nello Stretto.

Secondo Washington, l’operazione aveva l’obiettivo di ridurre la capacità iraniana di colpire civili innocenti e navi commerciali.

«Questi attacchi continueranno a imporre un costo elevato alle forze iraniane e a ridurre la loro capacità di attaccare civili e traffico commerciale nello Stretto di Hormuz», ha dichiarato il comando militare americano.

Poco dopo l’annuncio dell’operazione, Trump ha definito l’azione «un altro grande attacco» e ha comunicato la decisione di «rimettere in vigore il blocco».

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha colpito Bahrain, Giordania e alcune navi cisterna che stavano attraversando la zona dello Stretto.

Due petroliere collegate agli Emirati Arabi Uniti, la Mombasa e la Al Bahiyah, hanno avuto degli incendi a bordo. Il ministero della Difesa emiratino ha comunicato la morte di un membro dell’equipaggio e il ferimento di altre otto persone, annunciando la possibilità di una risposta.

Anche una nave della compagnia olandese Stolt Tankers, la Stolt Magnesium, è stata attaccata mentre navigava al largo dell’Oman, nel Mar Arabico. L’attacco ha provocato un incendio nella sala macchine, ma tutti i membri dell’equipaggio sono rimasti illesi.

La Guardia Rivoluzionaria iraniana ha rivendicato l’azione contro le due navi legate agli Emirati, sostenendo che avrebbero ignorato ripetuti avvertimenti. Teheran considera strategicamente sensibili alcune rotte che attraversano lo Stretto e che transitano vicino alle acque omanite, pur al di fuori delle acque territoriali iraniane.

Nuovi raid nel Golfo: cresce il rischio di una guerra regionale

La tensione è aumentata ulteriormente dopo che, poche ore dopo l’annuncio americano sulla conclusione dell’operazione militare, la città iraniana di Bushehr, sulla costa del Golfo Persico, è stata colpita in almeno quattro punti.

L’agenzia statale iraniana IRNA ha riportato gli attacchi, alimentando il sospetto che alcuni Paesi arabi del Golfo possano aver condotto azioni non rivendicate contro obiettivi iraniani nel tentativo di scoraggiare nuove rappresaglie.

Anche il Bahrain è stato nuovamente coinvolto nello scontro. Il Paese, che ospita la Quinta Flotta della Marina statunitense, ha attivato per tre volte le sirene di allarme missilistico, invitando la popolazione a mettersi al riparo.

La Giordania ha invece comunicato di aver intercettato quattro missili lanciati dall’Iran. Amman ospita forze americane e negli ultimi giorni è già stata coinvolta nelle tensioni regionali.

Il blocco annunciato da Trump e la controversa tassa sulle navi

Il punto più controverso della nuova strategia americana riguarda proprio la decisione di Trump di reintrodurre il blocco navale e imporre un contributo economico alle navi protette dalla Marina statunitense.

«Stiamo ripristinando IL BLOCCO DELL’IRAN», ha scritto Trump sui social, aggiungendo che tutti gli altri Paesi avrebbero avuto un accesso «libero e aperto» allo Stretto.

Ma il presidente americano ha aggiunto un elemento nuovo: gli Stati Uniti chiederebbero alle navi un pagamento pari al 20% del valore del carico trasportato per coprire i costi della sicurezza garantita dalla presenza militare americana.

Una scelta che rappresenta una rottura rispetto alla tradizionale politica americana sulla libertà di navigazione internazionale.

La Marina statunitense, infatti, ha storicamente difeso il principio secondo cui le rotte marittime internazionali devono rimanere aperte senza imposizione di pedaggi, una linea ribadita recentemente anche dal segretario di Stato Marco Rubio durante una visita nella regione.

Qualsiasi tentativo, sia da parte americana sia iraniana, di imporre tasse o diritti di passaggio nello Stretto potrebbe rappresentare una violazione delle norme internazionali sulla libertà dei mari e provocare ulteriori tensioni economiche.


Il petrolio torna a salire: Brent oltre gli 87 dollari

I mercati hanno immediatamente reagito alla nuova escalation. Il prezzo del petrolio Brent, riferimento internazionale, è salito fino a superare gli 87 dollari al barile, raggiungendo il massimo da circa un mese.

Un valore ancora lontano dai quasi 120 dollari toccati durante la fase più intensa della guerra, ma sufficiente a riaccendere i timori per un nuovo aumento dei costi energetici.

Un eventuale blocco prolungato dello Stretto di Hormuz avrebbe conseguenze dirette sui prezzi di carburanti, energia elettrica, trasporti e prodotti industriali, con possibili ricadute sull’inflazione globale.

L’Oman tenta la mediazione: negoziati sulla libertà di navigazione

Nel frattempo l’Oman prova a mantenere aperto un canale diplomatico. Il ministro degli Esteri omanita ha dichiarato che sono in corso «complesse discussioni» per arrivare a un accordo di lungo periodo che garantisca la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.

Muscat ha sottolineato la propria responsabilità nel lavorare con l’Iran e con la comunità internazionale per raggiungere un’intesa capace di evitare una nuova escalation.

La diplomazia resta quindi l’unica alternativa alla trasformazione dello scontro in una guerra regionale più ampia.

Anche il fronte Libano-Israele resta fragile

La crisi nello Stretto rischia inoltre di compromettere altri dossier aperti in Medio Oriente. Martedì erano previsti a Roma nuovi colloqui tra delegazioni israeliane e libanesi nell’ambito dei negoziati mediati dagli Stati Uniti.

Dopo l’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, Hezbollah aveva aperto un nuovo fronte contro Israele in sostegno di Teheran, provocando la risposta israeliana con un’offensiva terrestre in Libano.

Il mese scorso Beirut e Tel Aviv avevano annunciato un «accordo quadro» che prevedeva il ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano in cambio del disarmo di Hezbollah. Sul terreno, però, l’intesa è rimasta sostanzialmente bloccata.

Una nuova guerra totale tra Washington e Teheran potrebbe mettere definitivamente in crisi anche quella fragile tregua.

La partita decisiva resta quindi nello Stretto di Hormuz: un passaggio largo pochi chilometri che oggi è diventato il punto in cui si incrociano sicurezza militare, energia mondiale e stabilità economica globale.