La conferenza stampa di Meloni? Il solito inutile comizio per sostenere, ancora una volta, che lei è er mejo fico der bigonzo
Quaranta domande annunciate, quattro ore di conferenza stampa (nell'Aula dei Gruppi Parlamentari alla Camera), un'agenda che va dall'Ucraina alla giustizia, dalla sicurezza alle partite industriali. Eppure, seguendo l'ordine dei contenuti “dall'inizio”, il filo che lega il tutto può essere riassunto nel formato stesso dell'evento. Quando non c'è la possibilità reale di dialogo — di incalzare, di chiedere chiarimenti, di replicare su dati e contraddizioni — una conferenza stampa smette di essere un luogo di verifica e diventa un monologo guidato dalle domande. In pratica: un comizio mascherato, più raffinato, ma sempre un comizio.
Il contesto: una scaletta già pronta
Si parte con la cornice: la conferenza di inizio anno è organizzata dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti con l'Associazione della Stampa Parlamentare. Vengono anticipati i temi: Ucraina, Venezuela, Medio Oriente, Gaza, riforma della giustizia, legge elettorale, sicurezza. È come se il pubblico sapesse già dove si andrà a parare: la “tutto campo” come stile, la risposta lunga come regola, la verifica come optional.
Prima della conferenza: la protesta dei giornalisti
Prima ancora delle risposte della premier, irrompe il flash mob della FNSI per il rinnovo del contratto: “Giornalisti da 10 anni senza contratto…”. È un segnale politico e sindacale insieme, e pone un tema che avrebbe bisogno di discussione vera: lavoro giornalistico, editoria, responsabilità del potere pubblico. Ma il formato — e lo si vedrà subito — non aiuta a trasformare il conflitto in confronto.
Libertà di stampa e caso Paragon: dichiarazioni “a prova di replica”
Meloni apre richiamando la libertà di stampa come “presupposto” della salute democratica e ringraziando i cronisti, con un passaggio sulla sicurezza dei giornalisti inviati all'estero e sulla proposta di una giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi.
Poi il tema sensibile: le denunce sull'intrusione nei dispositivi (caso Cancellato e altri). La premier richiama la relazione del Copasir (giugno 2025), che avrebbe escluso l'uso del sistema “Grafite” di Paragon, aggiungendo che due procure stanno indagando e che il governo sta fornendo supporto tramite l'intelligence.
Qui si vede subito il limite: sono questioni che chiedono domande “di ritorno”, puntigliose, con approfondimenti e contro-domande. Invece, la struttura della conferenza tende a far diventare anche la trasparenza un atto unilaterale: “lo affermo io”, e si passa oltre.
Radio Radicale e la contestazione sul contratto: chiusura rapida
Arriva l'annuncio: un emendamento al Milleproroghe per garantire a Radio Radicale un contributo straordinario per la digitalizzazione dell'archivio storico (oltre a quello ordinario).
Subito dopo, la premier torna sulla contestazione legata al contratto: dice di condividere il tema del rinnovo, ma rivendica che non sia competenza del governo. La protesta viene letta come momento di visibilità, e l'episodio come anomalia. Anche qui: un nodo reale (lavoro, precarietà, struttura dell'informazione) viene ridotto a “non dipende da noi”. In un dialogo autentico, quello sarebbe il punto da aprire. Nel formato attuale, diventa il punto da chiudere.
Venezuela e Groenlandia: diplomazia e “posizionamento”
Sulla crisi in Venezuela: il governo si dice mobilitato da 400 giorni sul caso Alberto Trentini e sugli altri italiani detenuti; Meloni parla di contatti continui e del dolore della madre.
Poi la Groenlandia e l'Artico: la premier non crede a un'azione militare USA per assumere il controllo dell'isola e dice che non la condividerebbe. Interpreta però i toni assertivi di Trump come messaggio contro ingerenze straniere nell'area artica. Annuncia inoltre una strategia italiana sull'Artico entro fine gennaio: preservare l'Artico come zona di pace e cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, aiutare investimenti e favorire la ricerca (anche sul clima), con l'idea che il tema coinvolga la NATO.
Ucraina: no ai soldati italiani, sì alle garanzie simil “Articolo 5”
Sull'Ucraina, Meloni esclude l'invio di soldati italiani, spiegando che la garanzia principale dovrebbe essere un sistema ispirato all'articolo 5 della NATO (“Article 5-like”). Aggiunge che una forza multinazionale (Coalizione dei volenterosi) può essere un “di più”, ma non necessaria per l'Italia.
Poi un ulteriore passaggio: la premier dice che l'Europa dovrebbe parlare con la Russia, condividendo la posizione attribuita a Macron, ma avverte contro il rischio di un'Europa “in ordine sparso” che farebbe un favore a Putin. Da qui l'idea di un inviato speciale europeo per sintetizzare e parlare con “una voce sola”.
Sicurezza: “cambiare passo”, baby gang e “maranza”
La premier rivendica il lavoro fatto finora dal governo, ma ammette risultati “non sufficienti”: questo sarebbe “l'anno in cui si cambia passo”. Cita un dato: nei primi dieci mesi del 2025 i reati sarebbero calati del 3,5%.
Poi annuncia provvedimenti in studio: focus su baby gang e “maranza”, vietare la vendita (anche online) ai minori di armi da taglio, aggravanti per porto in gruppi e in luoghi sensibili, sanzioni per i genitori.
Giustizia e referendum: data probabile e attacco alle toghe
Meloni dice che la data più probabile del referendum sulla separazione delle carriere è il 22-23 marzo, con decisione in Consiglio dei Ministri entro il 17 gennaio, negando intenzioni di forzatura e parlando di polemiche dal sapore dilatorio.
Poi arriva il passaggio più duro, legato alla sicurezza: la premier sostiene che spesso decisioni dell'autorità giudiziaria rendono vano il lavoro delle forze dell'ordine e porta esempi (imam di Torino, Acerra, caso della madre che uccide il figlio dopo segnalazioni). Conclude con un appello a “lavorare tutti nella stessa direzione”.
Infine ribalta l'accusa di delegittimazione: non sarebbe lei a delegittimare i magistrati, ma la campagna dell'ANM, accusata di aver scritto “menzogne”.
Questo è il punto in cui la critica al formato diventa più evidente: quando si chiamano in causa soggetti istituzionali in termini così netti, l'informazione avrebbe bisogno di un contraddittorio immediato e profondo. Qui, invece, la frase resta lì, forte e autosufficiente. È la logica del comizio: dire, colpire, passare oltre.
Legge elettorale e casa: apertura e annunci
Sulla legge elettorale, Meloni dice di sperare in un'interlocuzione e in norme condivise, ma non esclude che si proceda “a maggioranza” se ci fossero chiusure pregiudiziali.
Sul fronte casa: niente condono “ora”, ma un piano casa “in dirittura d'arrivo”, costruito con più attori (Salvini, Foti, Confindustria, corpi intermedi, disponibilità CEI). Anche qui: grande annuncio, pochi dettagli verificabili nel momento.
Cronaca: Crans-Montana ed ex Ilva
Sul caso Crans-Montana, Meloni promette assistenza alle famiglie e parla di responsabilità da perseguire, citando il coinvolgimento dell'Avvocatura dello Stato e i contatti con autorità svizzere e Procura di Roma.
Sull'ex Ilva: trattativa in corso senza impegni vincolanti finché non ci saranno risposte su piano industriale, lavoro e sicurezza della comunità. “No a proposte predatorie”. Rivendica la complessità del dossier (crisi lunga 13 anni) e chiama in causa la necessità di collaborazione tra livelli istituzionali, inclusa la magistratura.
Maggioranza, Quirinale, pensioni: stabilità come messaggio finale
Meloni ribadisce di non vedere rischi per la maggioranza, definendo il governo “forse il più solido” tra le grandi democrazie europee. Difende il dibattito interno come valore.
Sul Quirinale: rapporti ottimi con Mattarella, pur non essendo sempre d'accordo; sottolinea però che sul “difendere l'interesse nazionale” il Presidente “c'è”.
Sulle pensioni: respinge l'idea di aver aumentato l'età pensionabile e dice di aver ridotto l'aumento automatico previsto nel 2027.
Chiusura economica: Mps e fisco
Negli ultimi passaggi, Meloni torna su Mps rivendicando un “lavoro serio” che avrebbe consentito rivalutazione delle azioni e introiti per lo Stato; e sul fisco ribadisce che le tasse “non aumentano” e che, a risorse date, si è fatto il massimo, contrapponendo priorità “serie” a quelle del passato.
Il punto politico: senza dialogo non è conferenza, è regia
Seguendo la sequenza dall'inizio, si vede bene come ogni domanda diventi un gancio per un discorso già strutturato: annuncio, rivendicazione, esempio, cornice narrativa, chiusura. È efficace per la comunicazione di governo, molto meno per l'informazione.
Perché l'inutilità di interviste senza possibilità di dialogo sta qui: non costringono alla precisione, non lasciano spazio alla verifica in tempo reale, non permettono di smontare slogan o di chiedere conto delle implicazioni. E quando non c'è contraddittorio, la conferenza stampa non è più un servizio al pubblico: è una messinscena istituzionale che assomiglia sempre di più a un comizio con cravatta.