“ Siamo professori universitari. Amiamo il nostro lavoro e lo svolgiamo con passione, responsabilità e fatica. Come accade in molte altre categorie professionali, anche nel mondo accademico abbiamo conosciuto, più o meno direttamente nel corso della nostra carriera, dinamiche distorsive nelle quali logiche di appartenenza hanno talvolta rischiato di prevalere sul merito, “ cosi inizia l'appello che 200 professori universitari fanno sul Corriere della sera per votare si al referendum sulla giustizia. Si tratta di docenti specializzati in materie giuridiche, come ad esempio Fabrizio Siracusano e Lorenza Violini, ma non solo, come dimostrano i nomi di accademici di Medicina come Marco De Vincentiis e Giorgio Zuli.
Nell’appello si legge testualmente che «Separare le carriere e rinnovare i meccanismi di composizione del Csm costituisce un primo passo concreto per restituire credibilità a un sistema che oggi molti cittadini percepiscono come distante e poco comprensibile».I professori citano per rendere più credibile le ragioni che li spingono a votare sì alla riforma Nordio, la loro personale esperienza nel mondo accademico dove come scrivono nell’appello inviato al quotidiano di Via Solferino «Come accade in molte altre categorie professionali, anche nel mondo accademico abbiamo conosciuto, più o meno direttamente nel corso della nostra carriera, dinamiche distorsive nelle quali logiche di appartenenza hanno talvolta rischiato di prevalere sul merito, incidendo sulle opportunità e sulle carriere di molti colleghi… Analoghe dinamiche hanno inciso anche su alcune procedure di selezione e valutazione all’interno del Consiglio superiore della magistratura.
Vicende che hanno contribuito ad alimentare una crisi di fiducia dei cittadini nei confronti della giustizia e delle sue istituzioni. In quelle circostanze magistrati che avrebbero potuto garantire la migliore tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini sono stati talvolta penalizzati, mentre altri risultavano favoriti grazie al sostegno delle correnti organizzate». I professori universitari spiegano nel testo che il fenomeno delle correnti che questa riforma vorrebbe spezzare con il sorteggio dei due Csm, ha degli effetti pesanti anche sul corso della giustizia «Si tratta di fenomeni che finiscono per entrare in tensione con l’essenza stessa dell’indipendenza e dell’imparzialità della magistratura, che costituiscono il fondamento della sua legittimazione costituzionale.
Per questa ragione sorprende che l’Associazione nazionale magistrati non abbia ritenuto di sostenere una riforma che mira a intervenire proprio su quei meccanismi che negli ultimi anni hanno contribuito a una profonda delegittimazione dell’istituzione giudiziaria. Una delegittimazione che danneggia non solo la magistratura nel suo complesso, ma anche la grande maggioranza dei magistrati che ogni giorno svolgono con serietà e dedizione il proprio lavoro nelle aule di giustizia». I professori poi si soffermano sulla separazione della carriere che, a loro avviso, risponde, innanzitutto, a un principio largamente condiviso negli ordinamenti liberal-democratici. Oggi pubblica accusa (PM) e giudice appartengono allo stesso ordine, entrano in ruolo attraverso il medesimo concorso e sono governati dallo stesso organo di autogoverno. In ogni sistema istituzionale, tuttavia, chi sostiene l’accusa e chi è chiamato a giudicare devono percorrere carriere distinte, proprio per rafforzare la percezione di imparzialità del giudice e garantire la piena terzietà della decisione.
“Il referendum propone di applicare questo principio anche alla giustizia penale: due funzioni diverse, due carriere distinte. Il pubblico ministero continuerà a svolgere le indagini e a sostenere l’accusa nel processo; il giudice seguirà invece un percorso autonomo e chiaramente riconoscibile come figura terza, chiamata a valutare con indipendenza l’operato delle parti.”
Insomma i firmatari dell’appello entrano nel merito della scelta di sostenere il sì alla riforma della giustizia, senza dare spazio a tutte quelle strumentalizzazioni che sono state fatte in queste durissime settimane di campagna referendaria. Vogliono far capire le ragioni che si nascondo dietro ad un si convinto da parte loro, che restituisca alla magistratura una riforma di buon senso, attesa da questo paese da oltre trent’anni varata dal Parlamento italiano e che ora trova un sostegno trasversale tra le forze politiche, malgrado le differenti indicazioni dei leader di partito. Nel testo si spiega che «il referendum interviene su tre strumenti diversi, ma orientati verso un obiettivo comune: rafforzare la credibilità della giustizia, accrescere la trasparenza delle istituzioni e ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e sistema giudiziario. La separazione delle carriere risponde, innanzitutto, a un principio largamente condiviso negli ordinamenti liberal-democratici…
In ogni sistema istituzionale, tuttavia, chi sostiene l’accusa e chi è chiamato a giudicare devono percorrere carriere distinte, proprio per rafforzare la percezione di imparzialità del giudice e garantire la piena terzietà della decisione. Il referendum propone di applicare questo principio anche alla giustizia penale: due funzioni diverse, due carriere distinte… Non si tratta di un attacco alla magistratura, ma di una riforma che rafforza le garanzie dell’imputato e la fiducia dei cittadini nell’imparzialità della giurisdizione»

