Antonio Di Pietro è uno di quei nomi che, quando riemergono nel dibattito sulla giustizia, riportano immediatamente a una stagione precisa della storia italiana. Magistrato simbolo di Mani Pulite, protagonista di un passaggio che ha scosso profondamente il sistema politico, ha poi attraversato la politica attiva fondando Italia dei Valori e assumendo incarichi di governo. Oggi non è più uomo di partito né figura istituzionale, ma resta una voce ascoltata, forte di un’identità costruita tra tribunali, Parlamento e interventi pubblici.

Nel contesto del prossimo referendum costituzionale sulla giustizia, Di Pietro si è schierato con decisione a favore del Sì. Una scelta che non nasce da appartenenze politiche — non rappresenta alcuna formazione — ma da una valutazione personale maturata attraverso la sua esperienza professionale. La riforma sottoposta al voto popolare interviene su nodi strutturali del sistema giudiziario, tra cui la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Secondo Di Pietro, il punto centrale non è la contrapposizione ideologica che inevitabilmente accompagna ogni riforma della giustizia, ma la coerenza dell’assetto con i principi costituzionali. Nella sua lettura, una vittoria del Sì non comprometterebbe la libertà e l’autonomia della magistratura. La giustizia, sostiene, resterebbe pienamente libera perché ancorata alla Costituzione, che continua a rappresentare la garanzia primaria dell’indipendenza dei giudici. L’equilibrio tra poteri dello Stato, in questa prospettiva, non verrebbe alterato dalla riforma, a meno che non si intervenga nuovamente sulla stessa Costituzione in futuro.

È una linea argomentativa che Di Pietro ribadisce spesso: la riforma opererebbe comunque dentro il perimetro costituzionale. La vera tutela, quindi, non risiederebbe nella difesa rigida dell’assetto attuale, ma nella solidità delle regole costituzionali che governano il sistema.

Nel suo discorso entra anche un elemento comparativo. Di Pietro richiama il fatto che la separazione tra funzioni requirenti e giudicanti non rappresenta un’anomalia o un salto nel buio, ma un modello già adottato in diversi ordinamenti. In molti paesi europei — come Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi — e in sistemi di riferimento mondiale come Stati Uniti e Regno Unito, le carriere di giudici e pubblici ministeri sono distinte. Assetti differenti tra loro, certo, ma accomunati dall’idea che la separazione delle funzioni non sia incompatibile con l’indipendenza della magistratura.

In questa chiave, la riforma italiana verrebbe interpretata non come una rottura, ma come un riallineamento a modelli già consolidati altrove. È un argomento che Di Pietro utilizza per spostare la discussione dal terreno dello scontro politico a quello dell’architettura istituzionale.

La sua posizione si inserisce così in un confronto più ampio, dove si intrecciano visioni diverse del rapporto tra magistratura, politica e cittadini. Di Pietro, con il peso simbolico della sua storia personale, propone una lettura che punta a rassicurare: la giustizia, nella sua tesi, rimane libera finché resta salda la cornice costituzionale. E, con la vittoria del Sì, continuerebbe a operare esattamente dentro quel sistema di garanzie, salvo eventuali future modifiche della Carta fondamentale.