La decisione del Governo Meloni di impugnare davanti alla Corte Costituzionale la legge della Regione Toscana sul salario minimo non è un attacco ideologico, ma un richiamo alla centralità dello Stato nella regolazione del lavoro e alla coerenza normativa in Italia.
La giunta regionale toscana di centrosinistra ha deciso di favorire nei bandi pubblici le imprese che pagano i loro dipendenti almeno 9 euro all’ora, ma questa normativa va oltre le competenze regionali: la regolazione dei salari e della concorrenza è materia dello Stato e rientra nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale.
Se davvero si vuole introdurre un salario minimo, non può trattarsi di misure parziali per alcuni settori o appalti pubblici: bisognerebbe stabilire criteri generali e uniformi, che possano adeguare al rialzo gli stipendi di tutti i lavoratori dipendenti.
Interventi locali frammentati, come quelli già visti a Genova e in altre Regioni, rischiano di creare confusione, distorsioni della concorrenza e un’Italia divisa in mille italiette.
Qui, non si tratta di negare il salario minimo o di ostacolare il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, ma di stabilire che le linee guida devono essere dettate a livello nazionale. L’autonomia regionale e locale ha senso solo se si muove entro un quadro unitario, non se diventa anarchia legislativa.
La vera sfida è garantire salari dignitosi attraverso strumenti organici e coerenti, con il Governo che definisce regole uniformi e la contrattazione collettiva che stabilisce criteri applicabili a tutti.
La partita toscana, più che sui numeri dei salari, è sul principio: senza un coordinamento nazionale, il Paese rischia di frammentarsi in mille italiette, con disparità e incertezze che penalizzerebbero lavoratori e imprese.


