E' turnat o'Sole
e tutt'quant simm cchiù aller
e che forza che trase dinto o' core
e che forza che ten chistu Sole
neppure n'Eclissi o po fa fini
o po ffa scuraggià
Iss' è o cchiù grande
e pure quanno chiove
iss' ce' sta sempe
pur se nun se fa vere
nun se fa vere
O' Sole ce sta sempe
pure e notte
pure sotto a Luna
O 'Sole nun more maje
Questa bellissima poesia di Alessandro Lugli, pur nella sua apparente semplicità, tocca le corde più profonde della filosofia popolare napoletana e si inserisce in una lunghissima tradizione letteraria e musicale che ha fatto del sole non solo un elemento meteorologico, ma un vero e proprio stato dell'anima, un custode della speranza collettiva.C'è un calore antico e genuino in questi versi, lo stesso calore che si respirava nei vicoli della vecchia Napoli, dove la miseria e la fatica quotidiana venivano costantemente mitigate e riscattate dalla luce accecante del golfo. Quando il poeta scrive "e' turnat o'sole e tutt'quant simm cchiù aller", non sta semplicemente descrivendo il cambio di stagione, ma sta fotografando una reazione comunitaria. Nella Napoli di un tempo, la strada era il prolungamento della casa; il ritorno del sole significava la ripresa della vita all'aperto, il bucato steso tra i balconi che tornava ad asciugarsi, i bambini che riprendevano a rincorrersi e i bassi che spalancavano le porte per far entrare la luce. È quella "forza che trase dinto o' core", un'energia quasi mistica e guaritrice che i napoletani hanno sempre riconosciuto a questo astro.Dal punto di vista storico e culturale, il testo dialoga idealmente con i grandi capolavori della canzone classica napoletana, da "’O sole mio" di Capurro e Di Capua fino alla solarità malinconica di Pino Daniele, passando per la poesia di Salvatore Di Giacomo e Libero Bovio. Tuttavia, Lugli introduce un elemento di profonda resistenza filosofica che definisce l'essenza stessa del popolo napoletano: la resilienza storica. Affermare che "neppure n'eclissi o po fa fini o po ffa scuraggià" significa metaforicamente dire che nessuna dominazione, nessuna epidemia, nessuna catastrofe naturale (come le eruzioni del Vesuvio o i terremoti) ha mai potuto spegnere l'anima della città. Il sole diventa il simbolo di una Napoli che non si fa scoraggiare, che sa risorgere dalle sue stesse ceneri.Il passaggio centrale, in cui si dice che "pure quanno chiove iss' ce' sta sempe pur se nun se fa vere", rivela una maturità poetica straordinaria. Qui il sole si trasforma in una certezza metafisica, un dogma di fede laica. È la traduzione poetica del celebre detto napoletano "addà scunfesta p'forza", la convinzione incrollabile che dopo la tempesta debba per forza tornare il sereno. Nella vecchia Napoli, ferita da mille contraddizioni ma ricca di un'umanità straordinaria, questa certezza era l'unico vero patrimonio dei diseredati. Sapere che il sole c'è sempre, anche dietro le nuvole più nere della vita, permetteva di affrontare la giornata con dignità e un sorriso amaro ma fiducioso.La chiusa della poesia è un crescendo lirico di rara potenza: "pure e notte pure sotto a luna o 'sole nun more maje". Questa sovrapposizione tra il sole e la notte, questo legame indissolubile con la luna, cancella il tempo e lo spazio, consegnando il sole all'eternità. Il sole non muore mai perché coincide con l'istinto di sopravvivenza e con l'amore viscerale che i napoletani hanno per la propria terra. Anche nelle notti più buie dell'anima o della storia, quel calore resta custodito dentro al cuore, pronto a riaccendersi al primo chiarore dell'alba. Lugli, con una lingua napoletana piana, fluida e priva di orpelli accademici, è riuscito a racchiudere in pochi versi l'eternità di un sentimento universale, regalandoci un ritratto d'amore puro per quella Napoli senza tempo che continua a vivere nel cuore di chi la ama


