Il cessate il fuoco annunciato tra Libano e Israele è appeso a un filo. Nonostante il sollievo diffuso da Beirut a Tel Aviv fino a Washington, la percezione dominante è che si tratti più di una pausa imposta che di una reale svolta strategica. Una tregua fragile, figlia di pressioni internazionali più che di una volontà concreta di chiudere il conflitto.
Al centro di questa dinamica ci sono Benjamin Netanyahu e Donald Trump. Il cessate il fuoco appare infatti come una concessione riluttante del premier israeliano alle esigenze della Casa Bianca, interessata soprattutto a stabilizzare il fronte libanese per non compromettere i delicati equilibri con l'Iran. A Washington serve silenziare i bombardamenti, non necessariamente risolvere il conflitto.
Il nodo centrale è questo: la mancanza di fiducia. Israele, nel corso della sua storia recente, ha spesso proseguito operazioni militari anche durante negoziati in corso. Questo rende difficile considerare il cessate il fuoco come un punto di arrivo. Piuttosto, sembra una parentesi tattica.
Il Libano, da sempre il fronte più instabile per Israele, rappresenta anche il teatro più conveniente per influenzare gli equilibri regionali. Colpire il Libano significa poter incidere indirettamente sui rapporti tra Teheran e Washington, con il rischio concreto di far deragliare ogni tentativo di negoziato più ampio.
Le tensioni tra Israele e Libano non sono nuove. Dalle incursioni transfrontaliere nei primi anni dello Stato israeliano fino all'invasione del 1982, passando per decenni di scontri con attori non statali, il confine settentrionale è rimasto una linea di frattura permanente.
Il Libano è stato anche il teatro delle guerre contro il movimento palestinese e di eventi che hanno segnato profondamente l'opinione pubblica internazionale, come i massacri di Sabra e Shatila, che provocarono proteste di massa anche all'interno della stessa Israele.
Alla base delle strategie attuali emergono due dottrine storiche: quella del “confine naturale” sul fiume Litani e quella della “zona cuscinetto”. La prima, del 1918 risalente a David Ben-Gurion, immaginava il Litani come limite geografico ideale per la cosiddetta “sicurezza di Israele”. La seconda punta invece a creare una fascia di garanzia oltre il confine ufficiale.
Entrambe, però, appaiono sempre più anacronistiche. In un contesto bellico dominato da droni, missili e guerra a distanza, fiumi e linee territoriali perdono gran parte della loro funzione difensiva. Hezbollah, ad esempio, ha già dimostrato di poter colpire in profondità il territorio israeliano indipendentemente dalla posizione delle truppe.
L'idea di una zona cuscinetto non è nuova: Israele ha già occupato il Libano meridionale tra il 1982 e il 2000. Fu un'esperienza costosa e fallimentare, segnata da perdite militari e crescente opposizione interna, che portò al ritiro unilaterale dell'esercito israeliano.
Riproporre oggi lo stesso modello solleva interrogativi pesanti. Non solo sulla sua efficacia militare, ma anche sulle conseguenze umanitarie. Secondo diverse analisi, il rischio è che tali strategie si traducano in espulsioni forzate e ridefinizioni demografiche, con effetti destabilizzanti sull'intera regione.
Ma dietro la pressione militare sul Libano si intravede anche un obiettivo più ampio: influenzare il confronto tra Stati Uniti e Iran. Il fatto che inizialmente il Libano non fosse incluso nei termini del cessate il fuoco tra Washington e Teheran ha lasciato spazio a manovre autonome da parte israeliana.
Questo margine operativo consente a Netanyahu di mantenere alta la tensione e, potenzialmente, di compromettere un eventuale accordo tra le due potenze. Una prospettiva che si intreccia con le dinamiche politiche interne israeliane e con le scadenze elettorali americane.
In ultima analisi, emerge una contrapposizione di fondo: quella tra diplomazia e uso della forza. Per una parte significativa della leadership israeliana, il compromesso viene percepito come una rinuncia, mentre l'azione militare resta lo strumento privilegiato per ottenere risultati.
Questa impostazione, tuttavia, rischia di alimentare un ciclo senza fine. Perché ogni tregua non accompagnata da un processo politico credibile è destinata a cedere, lasciando spazio a nuove escalation.
Il cessate il fuoco tra Libano e Israele, dunque, non rappresenta una soluzione, ma una sospensione. E come tutte le sospensioni in Medio Oriente, potrebbe durare molto meno di quanto si spera.
Fonte: Dimi Reider per +972 Magazine


