Altro che pace: mentre a Washington si insiste sul “dialogo” e sulla necessità di ascoltare entrambe le parti, Mosca avanza sul campo, pronta a sfruttare ogni chilometro conquistato per sedersi ad Anchorage in posizione di forza. Il summit di Ferragosto tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska, al netto delle rassicurazioni ufficiali, ha già il sapore di un successo per il Cremlino.

Volodymyr Zelensky non si fa illusioni. Pubblicamente dice no a qualsiasi ritiro dal Donbass, ma sa bene che il vero rischio è un accordo bilaterale sopra la testa di Kiev. E la storia insegna: quando due leader decisi a chiudere un’intesa si trovano faccia a faccia, i compromessi difficilmente favoriscono il terzo escluso.

La Casa Bianca giura rispetto e sostegno all’Ucraina, ma riduce le aspettative definendo il vertice “un esercizio di ascolto”. Tradotto: Trump non vuole bruciare le tappe, ma neanche arrivare a mani vuote. Il tema delle cessioni territoriali resta un tabù pubblico, ma è esattamente ciò che Mosca vuole portare a casa. E il Donbass non è solo una questione di confini: parliamo di un territorio strategico, ricco di minerali rari, che Trump ha appena messo sotto accordo con Kiev. Cederlo significherebbe svuotare di senso quell’intesa.

Ufficialmente inflessibile, ufficiosamente aperto a concedere ciò che Mosca già controlla, purché arrivino garanzie di sicurezza blindate. Crimea, Lugansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson: se restano a Putin, lo faranno solo in cambio di un patto multilaterale che metta Kiev sotto l’ombrello difensivo europeo. È il massimo che Zelensky possa ottenere in un contesto dove le carte le stanno giocando altri.

Putin sa di avere davanti un Trump che vuole l’accordo a tutti i costi. E un entourage che, a parte Marco Rubio, non gli farà la guerra politica. Non è il 2018 di Helsinki, quando The Donald era circondato da falchi anti-Cremlino: oggi il terreno è molto più morbido. L’ex consigliere John Bolton avverte che lo zar arriverà pronto a sedurre l’imprenditore Trump con proposte economiche e promesse di relazioni “sbloccate”.

Se Anchorage finirà con due uomini chiusi in una stanza a porte serrate, le chances che l’Ucraina esca con più di quanto già abbia sono minime. Per Putin sarebbe un successo geopolitico, per Trump un trofeo elettorale. Per Zelensky? Un’altra battaglia da combattere, stavolta senza esercito ma con la diplomazia ridotta al minimo.