La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nella terza settimana e il fronte politico a Washington inizia a incrinarsi. Mentre il presidente americano Donald Trump attacca gli alleati della NATO accusandoli di non voler partecipare al conflitto, un alto funzionario della sua stessa amministrazione ha rassegnato le dimissioni denunciando che l'Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti.
Una frattura che rivela quanto la strategia della Casa Bianca sia contestata non solo all'estero, ma anche all'interno dello stesso apparato di sicurezza americano.
Martedì, parlando ai giornalisti nello Studio Ovale durante la visita di Micheál Martin, primo ministro irlandese arrivato a Washington per le celebrazioni di San Patrizio, Trump ha attaccato duramente i partner della NATO. Secondo il presidente americano, molti alleati avrebbero comunicato a Washington di non voler prendere parte alle operazioni militari nel Golfo contro l'Iran. Trump ha definito questa posizione “un errore molto sciocco”.
“Credo che la NATO stia facendo un errore molto stupido. Tutti sono d'accordo con noi, ma non vogliono aiutare. E noi, come Stati Uniti, dobbiamo ricordarcelo perché è piuttosto scioccante”.
Le parole del presidente arrivano dopo che diversi paesi europei – tra cui Germania, Spagna e Italia – hanno fatto sapere di non avere alcuna intenzione di partecipare a operazioni militari nello Stretto di Hormuz o nel Golfo Persico.
Una posizione difficilmente contestabile sul piano politico e giuridico: il conflitto non rientra infatti nel quadro di difesa collettiva previsto dall'alleanza atlantica e non esiste alcun mandato internazionale che autorizzi un intervento NATO. Pretendere che l'Alleanza entri in guerra nel Golfo appare quindi, per molti osservatori, una richiesta semplicemente irrealistica, per non dire assurda.
Ma la contestazione più clamorosa non arriva dall'Europa: arriva dalla stessa amministrazione Trump. Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, ha annunciato le proprie dimissioni denunciando apertamente che queste siano collegate alla decisione di Trump entrare in guerra.
Kent è il primo alto funzionario dell'amministrazione Trump a lasciare l'incarico per protesta contro il conflitto. In una lettera pubblicata sui social ha scritto parole durissime:
“Non posso, in coscienza, sostenere la guerra in corso contro l'Iran. L'Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti ed è evidente che questa guerra è stata avviata a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby.”
L'accusa è pesante perché tocca il punto centrale del dibattito: secondo molti esperti di diritto internazionale, per avviare un'azione militare preventiva sarebbe necessario dimostrare l'esistenza di una minaccia imminente. Una condizione che, secondo Kent e diversi analisti, non esisteva.
La Casa Bianca ha respinto con forza le accuse. La portavoce presidenziale, la ultra fanatica Karoline Leavitt, ha definito la lettera di Kent piena di “affermazioni false”. Secondo l'amministrazione Trump, il presidente avrebbe avuto prove convincenti che l'Iran stesse preparando un attacco contro gli Stati Uniti. “Il presidente Trump ha chiaramente dichiarato di avere prove forti e convincenti che l'Iran stava per attaccare gli Stati Uniti”, ha affermato Leavitt.
Tuttavia queste prove non sono mai state rese pubbliche.
Le dimissioni di Kent diventano ancora più significative alla luce di alcune valutazioni dell'intelligence americana. Il National Intelligence Council, sotto la supervisione della direttrice dell'intelligence nazionale Tulsi Gabbard, avrebbe prodotto diversi rapporti – sia prima sia dopo l'inizio dei bombardamenti – nei quali venivano evidenziati i rischi di un intervento militare.
Secondo queste analisi:
- il governo iraniano difficilmente crollerebbe;
- Teheran avrebbe quasi certamente reagito attaccando basi americane nella regione;
- gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo sarebbero diventati bersagli.
Esattamente lo scenario che si sta verificando in queste settimane.
After much reflection, I have decided to resign from my position as Director of the National Counterterrorism Center, effective today.
— Joe Kent (@joekent16jan19) March 17, 2026
I cannot in good conscience support the ongoing war in Iran. Iran posed no imminent threat to our nation, and it is clear that we started this… pic.twitter.com/prtu86DpEr
La scelta di Kent sorprende molti osservatori. Pur essendo noto per le sue posizioni “America First” e per la sua opposizione agli interventi militari all'estero, Kent era comunque uno dei responsabili della sicurezza nazionale dell'amministrazione Trump.
La sua uscita di scena segnala una frattura reale dentro l'apparato di sicurezza statunitense.
Perfino il senatore democratico Mark Warner, che in passato aveva criticato duramente Kent, ha riconosciuto la validità della sua posizione su questo punto:
“Non c'erano prove credibili di una minaccia imminente dell'Iran che giustificasse trascinare gli Stati Uniti in un'altra guerra di scelta.”
Mentre il conflitto entra nella terza settimana, Washington appare sempre più isolata.
Gli alleati europei non intendono partecipare alle operazioni militari e persino dentro l'amministrazione americana emergono dubbi profondi sulle motivazioni che hanno portato alla guerra.
Le dimissioni di Kent rappresentano il primo segnale pubblico di una frattura che potrebbe allargarsi. Perché quando un capo dell'antiterrorismo lascia il suo incarico sostenendo che la minaccia che giustifica la guerra non esiste, il problema non è solo militare.
È politico. E riguarda la credibilità stessa della decisione di entrare in guerra.


