Il decreto-legge è pronto a sbarcare in Consiglio dei Ministri e, questa volta, le novità non sono di facciata. Nell’articolo 15 dello schema di decreto recante “Ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del PNRR” c’è un pacchetto di misure che incide direttamente sulla vita quotidiana di milioni di persone: malati cronici e pazienti affetti da patologie rare. L’obiettivo è dichiarato e concreto: tagliare burocrazia inutile e garantire continuità terapeutica.

Il cuore dell’intervento riguarda la prescrizione dei farmaci. Il comma 1 modifica il decreto-legge 347/2001 introducendo tre cambiamenti sostanziali. Il primo è numerico: il limite massimo di confezioni prescrivibili per singola ricetta passa da 6 a 12. Una misura semplice, ma tutt’altro che marginale per chi assume terapie continuative e oggi è costretto a tornare spesso dal medico solo per rinnovare la ricetta.

Il secondo cambiamento è ancora più rilevante: la validità della prescrizione raddoppia. Dai 180 giorni attuali si passa a 360 giorni, di fatto un anno solare. Per i pazienti cronici significa meno visite “tecniche”, meno code e meno perdite di tempo sia per loro sia per i medici di medicina generale e gli specialisti, già sovraccarichi.

Il legislatore, però, mette un argine chiaro a possibili sprechi. La ricetta può essere annuale, ma la dispensazione resta controllata: il farmacista consegnerà i medicinali in modo scaglionato, con quantitativi sufficienti a coprire al massimo 90 giorni di terapia per volta. Una soluzione di equilibrio che consente semplificazione senza trasformare le farmacie in magazzini domestici.

La seconda direttrice dell’intervento, contenuta nel comma 2, tocca un nodo critico e spesso sottovalutato: l’approvvigionamento dei farmaci cosiddetti “monopolio”. Si tratta di medicinali coperti da brevetto e destinati a indicazioni terapeutiche esclusive, tipicamente farmaci per malattie rare o terapie innovative, disponibili sul mercato tramite un solo operatore.

In questi casi, le gare tradizionali rischiano di diventare un inutile collo di bottiglia amministrativo, con conseguenze dirette sulla continuità delle cure. Per questo il decreto concede alle Regioni la facoltà di acquistare tali farmaci attraverso una procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando, come già previsto dall’articolo 76 del Codice dei contratti pubblici. Non è una scorciatoia generalizzata, ma uno strumento da usare quando c’è una reale necessità e quando l’alternativa è il ritardo o l’interruzione di terapie essenziali e non sostituibili.

Il messaggio politico è chiaro: meno formalismi e più attenzione alla realtà clinica. Se il decreto verrà approvato senza stravolgimenti, si tratta di uno degli interventi più pragmatici degli ultimi anni sul fronte dell’accesso alle cure. Non risolve tutti i problemi del sistema sanitario, ma elimina ostacoli che da tempo non avevano più alcuna giustificazione. E, per una volta, lo fa senza giri di parole.