Cronaca

Morti in calo dopo gli anni della pandemia, ma l’Italia scopre nuove fragilità

Crollano i decessi per Covid e tornano ai livelli pre-pandemici i tassi generali di mortalità. Crescono però polmoniti, influenza e malattie infettive: il Paese esce dall’emergenza sanitaria, ma non da una crisi strutturale della salute pubblica

L’Italia del 2023 è un Paese che, almeno nei numeri complessivi, sembra finalmente allontanarsi dall’incubo pandemico. I decessi tornano a diminuire in maniera netta, il Covid perde il ruolo di protagonista tragico della statistica sanitaria nazionale e il tasso generale di mortalità rientra sostanzialmente sui livelli del 2019. Ma dietro questa apparente normalizzazione si nasconde un quadro più complesso, meno rassicurante di quanto potrebbe sembrare a una prima lettura.

I dati parlano chiaro: nel 2023 i morti sono stati 666.131, quasi 56mila in meno rispetto al 2022. Una riduzione importante, pari al 7,7%, trainata soprattutto dal crollo della mortalità legata al Covid-19, scesa del 69% in un solo anno. I decessi attribuiti direttamente al virus sono passati da oltre 51mila a poco meno di 16mila. Un crollo verticale che certifica, almeno sul piano epidemiologico, la fine della fase emergenziale che aveva sconvolto il Paese tra il 2020 e il 2022.

Eppure sarebbe un errore leggere questi numeri come il semplice ritorno alla normalità. Perché la normalità, nel frattempo, è cambiata. E alcuni segnali mostrano che il sistema sanitario e sociale italiano continua a portarsi dietro conseguenze profonde lasciate dagli anni della pandemia.

Il primo elemento che colpisce è che, mentre quasi tutte le grandi cause di morte diminuiscono, le malattie respiratorie e quelle infettive continuano invece a crescere. Le patologie respiratorie segnano un aumento per il secondo anno consecutivo, soprattutto tra gli over 65, spinto dalla ripresa delle polmoniti e dell’influenza. Le malattie infettive, dal canto loro, proseguono un trend di crescita iniziato nel 2020 e mai realmente arrestatosi.

È qui che emerge la vera contraddizione del presente: il Covid arretra, ma lascia spazio a un sistema immunitario collettivo più fragile, a una popolazione anziana più esposta e a un servizio sanitario che fatica ancora a recuperare pienamente capacità di prevenzione territoriale e assistenza ordinaria. In altre parole, la pandemia è finita, ma i suoi effetti continuano a manifestarsi in forme diverse.

Non è un caso che l’aumento delle malattie infettive rispetto al periodo pre-pandemico raggiunga addirittura il 24%, mentre le patologie genito-urinarie registrano una crescita del 34%. Numeri che raccontano qualcosa di più profondo rispetto alla semplice oscillazione statistica annuale: raccontano un Paese che invecchia rapidamente e che fatica a costruire una risposta sanitaria adeguata alla nuova struttura demografica.

Le malattie cardiovascolari e i tumori restano comunque i due grandi killer italiani, responsabili insieme del 57% dei decessi. Ma anche qui emergono trasformazioni interessanti. Tra le donne continuano a prevalere le patologie circolatorie, mentre tra gli uomini i tumori mantengono una lieve predominanza. Le demenze, inclusa l’Alzheimer, rappresentano ormai una componente stabile e significativa della mortalità femminile, segnale diretto dell’allungamento della vita media e dell’impatto crescente delle malattie neurodegenerative.

Particolarmente significativa è poi la geografia della mortalità Covid. Dopo anni in cui la pandemia aveva colpito in maniera profondamente diseguale il territorio nazionale, il 2023 mostra finalmente una convergenza tra le diverse aree del Paese. Il Nord, che nel 2020 era stato l’epicentro della tragedia, registra ormai livelli molto bassi, mentre Sud e Isole — duramente colpiti nelle fasi successive — mostrano le flessioni più marcate.

Ma il dato forse più emblematico riguarda l’età dei decessi. Il 74% delle morti Covid del 2023 si concentra tra gli over 80. Una percentuale superiore persino a quella degli anni precedenti. È il segno di un virus che non rappresenta più una minaccia generalizzata per l’intera popolazione, ma che continua a colpire con particolare durezza le fasce più fragili e anziane.

La fotografia complessiva consegna dunque un’Italia uscita dalla fase acuta dell’emergenza, ma ancora immersa in una lunga transizione sanitaria. Il ritorno ai livelli di mortalità del 2019 non significa infatti che il sistema sia tornato identico a prima. La pandemia ha modificato equilibri demografici, vulnerabilità sociali e priorità sanitarie. Ha lasciato una popolazione più anziana, più fragile e più esposta alle infezioni respiratorie.

Ed è proprio questo il punto politico e culturale che rischia di essere rimosso nel racconto pubblico. Per anni il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sui bollettini Covid, trasformando ogni altro problema sanitario in una questione secondaria. Oggi che il virus non domina più le statistiche, emerge invece con forza una verità spesso ignorata: l’Italia ha bisogno di ripensare radicalmente il proprio modello di sanità territoriale, prevenzione e assistenza agli anziani.

Perché i numeri del 2023 raccontano sì una liberazione dall’emergenza, ma anche l’inizio di una nuova stagione di fragilità collettiva che il Paese non può permettersi di sottovalutare.



Istat: i dati sulla mortalità nel 2023

Autore Mario Falorni
Categoria Cronaca
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