L'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo "La verità sulla piaga della fame", pubblicato da il Giornale il 28 luglio, è un violento e osceno esercizio di propaganda, infarcito di manipolazioni, omissioni e accuse unilaterali, utile solo a fomentare odio e a giustificare l'ingiustificabile. Un testo che, con tono moralmente autoassolutorio e retorica da guerra santa, arriva a negare persino l'evidenza: che nella Striscia di Gaza è in corso un disastro umanitario deliberato, sotto gli occhi del mondo.
L'articolo non si limita a criticare Hamas, ma compie qualcosa di ben più grave: assolve completamente Israele da qualsiasi responsabilità, nega le sofferenze dei civili palestinesi, deride chi denuncia la fame come arma di guerra, e insulta chiunque osi mostrare compassione per le vittime. E lo fa con una disinvoltura nauseante.
"Non c'è genocidio per fame"
Questa frase, da sola, è sufficiente per bollare l'autore come complice morale di uno dei crimini più abietti del nostro tempo. Se non c'è un genocidio per fame, allora cos'è il blocco totale degli aiuti umanitari, il bombardamento sistematico delle infrastrutture civili, il rifiuto di creare corridoi umanitari sicuri? Cos'è il fatto che, secondo tutti gli organismi internazionali, la popolazione civile – milioni di persone – vive da mesi in condizioni di denutrizione acuta, senz'acqua, medicine, rifugi? Una sfortunata conseguenza logistica?
L'arte della colpa proiettata: tutto è Hamas
Hamas è considerata una organizzazione terroristica. Ma questa retorica spudorata che ne fa l'unico responsabile di tutto ciò che accade a Gaza è disonesta fino al midollo. Il messaggio è chiaro: se i bambini muoiono di fame, è colpa di Hamas. Se gli aiuti non arrivano, è perché li sequestra Hamas. Se le persone vengono bombardate, è perché Hamas "le usa come scudi umani".
È un racconto comodo per chi ha bisogno di lavarsi la coscienza. Ma è un insulto alla verità, un atto di disumanizzazione totale verso i palestinesi che da quasi due anni vivono sotto le bombe e nella miseria più assoluta. L'articolo non lascia spazio alla minima empatia per chi è dall'altra parte del muro.
I "decerebrati del postmodernismo woke"
Ed ecco che scatta la solita retorica tossica: chi protesta per la fame a Gaza, chi denuncia i crimini di guerra, chi chiede il cessate il fuoco, viene ridotto a un "decerebrato". La "signora" Nirenstein odia così tanto chi non si allinea che ha bisogno di ridicolizzarlo. Chi manifesta contro la fame non ha cuore o cervello, è solo un burattino ideologico.
Ma ciò che più indigna è la disinvoltura con cui si minimizzano fatti documentati, si mettono in discussione le prove, si accusa l'ONU, l'UNRWA, le ONG, i giornalisti… tutti, tranne l'esercito che bombarda ospedali, scuole, panifici. Tutti, tranne chi tiene sotto assedio una popolazione stremata.
"Israele non può essere genocida"
Una frase che da sola è un insulto alla storia e al buon senso. Nessuno ha mai detto che tutti gli israeliani sono carnefici. Ma uno Stato che assedia un'intera popolazione, la affama, la bombarda, la priva di elettricità, medicine e acqua, sta perpetrando un crimine. Non si può giustificare questo in nome di un'identità collettiva o del passato. Nessuna storia, per quanto tragica, giustifica l'oppressione del presente.
Il culto dei martiri e il silenzio sui civili
Il testo si chiude con l'elenco di alcuni nomi di giovani soldati israeliani morti. Ogni morte è una tragedia, e nessuna deve essere sminuita. Ma perché non un solo nome palestinese? Perché non una parola sui bambini sepolti sotto le macerie? Perché non un cenno alle madri che partoriscono in tenda senza assistenza, ai medici che operano senza luce, agli sfollati che dormono all'aperto?
La risposta è semplice: perché per chi scrive, la vita dei palestinesi non conta. Non esistono, se non come strumenti di propaganda.
Questo non è giornalismo. È pornografia della guerra. È un pezzo scritto per giustificare la fame come arma, per esaltare l'indifferenza e per coprire crimini con argomenti assurdi per la loro inconsistenza.
Queste oscenità propagandistiche vengono promosse come verità e/o punti di vista "accettabili" in una nazione che ha denunciato e vieta, ad esempio, la propaganda delle fake news russe. A questo è logico chiedersi perché, se le fake news sono d condannare, dovremmo accettare che vengano difusse quelle pro Israele?


