Salute

Case di comunità, il governo riscopre i medici di famiglia: dopo mesi di scontri si cerca di evitare le “cattedrali nel deserto”

Alla fine, dopo mesi di annunci, bozze di riforma, scontri con le categorie professionali e rassicurazioni sulla rivoluzione della sanità territoriale, il Governo sembra aver scoperto un dettaglio che qualcuno avrebbe potuto segnalare già all'inizio: le Case di comunità funzionano meglio se dentro ci sono dei medici.

La constatazione, apparentemente banale, è emersa durante “Spazio Salute”, l'evento organizzato a Cagliari da Fratelli d'Italia, dove il ministro della Salute Orazio Schillaci e il segretario generale della Fimmg, Silvestro Scotti, hanno mostrato toni decisamente più concilianti rispetto alle settimane precedenti. Segno che la realtà, come spesso accade, è più ostinata della propaganda.

Per mesi il dibattito sulla riforma della medicina territoriale si è concentrato su modelli organizzativi, cambiamenti contrattuali e ipotesi di trasformazione del ruolo dei medici di famiglia. Nel frattempo, però, il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha continuato a correre verso le sue scadenze, imponendo la costruzione di centinaia di Case di comunità e Ospedali di comunità in tutta Italia.

Il risultato è che oggi il Governo può probabilmente vantare edifici quasi pronti, ma si trova davanti a una domanda meno fotogenica e più complicata: chi ci lavorerà dentro?

Il problema delle scatole vuote

Dal palco di Cagliari, Schillaci ha assicurato che i target infrastrutturali del Pnrr saranno rispettati.

«Raggiungeremo il target del Pnrr per le infrastrutture, per le Case di comunità e per gli Ospedali di comunità, nei tempi previsti», ha dichiarato il ministro.

Una notizia certamente positiva, se non fosse che il problema non è mai stato soltanto costruire muri, corridoi e sale d'attesa. Il rischio, denunciato da tempo da amministratori locali, professionisti sanitari e perfino da alcune Regioni governate dal centrodestra, è quello di inaugurare strutture moderne ma prive del personale necessario a renderle operative.

Schillaci stesso ha riconosciuto implicitamente il problema quando ha spiegato che occorre evitare che le nuove strutture diventino delle «cattedrali nel deserto».

L'espressione è significativa. Perché tradotta dal linguaggio politico significa che qualcuno si è accorto che una sanità territoriale non si costruisce come una tangenziale: non basta tagliare il nastro e scattare la fotografia inaugurale.

Servono medici, infermieri, specialisti, operatori sanitari e una rete organizzativa che funzioni quotidianamente.

La trattativa con la Fimmg riparte

Per questo il ministro ha rilanciato la necessità di trovare un'intesa con i medici di medicina generale, considerati un tassello indispensabile per rendere operative le nuove strutture.

Secondo Schillaci, sarà possibile raggiungere un accordo che permetta ai medici di famiglia di svolgere attività all'interno delle Case e degli Ospedali di comunità, definiti il «motore della modernizzazione del Servizio sanitario nazionale».

Non solo. Il ministro ha anche riaperto il tema della formazione dei medici di famiglia, sostenendo che debbano acquisire un percorso specialistico paragonabile a quello degli altri professionisti del sistema sanitario.

Parole che sembrano voler archiviare, almeno temporaneamente, il clima di contrapposizione che aveva accompagnato la discussione sulla riforma della medicina territoriale.

Del resto, quando ci si avvicina alle scadenze europee e ci si rende conto che i professionisti non si materializzano per decreto, il dialogo diventa improvvisamente una virtù politica.

Scotti: «Le Case di comunità non possono vivere solo di medici di famiglia»

Dal canto suo, Silvestro Scotti ha confermato la disponibilità della Fimmg a discutere un accordo.

Una disponibilità che però arriva accompagnata da alcune precisazioni tutt'altro che secondarie.

Secondo il segretario del principale sindacato dei medici di famiglia, le Case di comunità non possono essere costruite esclusivamente attorno alla medicina generale.

«Servono anche altri professionisti», ha spiegato.

L'osservazione appare difficile da contestare. Se un cittadino entra in una Casa di comunità con una patologia complessa, non basta trovare il medico di famiglia: deve esistere una rete di specialisti e servizi capace di prendere in carico il paziente.

Scotti ha inoltre contestato una narrazione che negli ultimi mesi si è diffusa nel dibattito pubblico, secondo cui le mille Case di comunità previste dal Pnrr sarebbero completamente prive della presenza della medicina generale.

Secondo la Fimmg, la situazione è più articolata. Negli ultimi diciotto mesi sono stati firmati due Accordi collettivi nazionali che consentono già la presenza dei medici di famiglia in molte strutture regionali.

Per verificare la situazione reale, il sindacato ha persino avviato un censimento delle Case di comunità dove la medicina generale è già presente.

La partita politica e il tentativo di riscrivere la storia

Nel corso dell'incontro, Scotti ha anche respinto l'idea che la carenza di medici di famiglia sia responsabilità dell'attuale Governo.

Una posizione comprensibile dal punto di vista sindacale, ma che non cancella un dato evidente: la crisi della medicina territoriale è nota da anni e tutti i governi che si sono succeduti hanno contribuito, in misura diversa, a produrre l'attuale carenza di personale.

Il centrodestra rivendica alcuni interventi correttivi, come il decreto Calabria che ha consentito ai giovani medici in formazione di aumentare il numero di assistiti seguiti.

Tuttavia, il problema resta strutturale. Le pensioni dei medici aumentano, il ricambio procede lentamente e intere aree del Paese continuano a soffrire una cronica mancanza di professionisti.

In questo contesto, l'idea che basti costruire nuove strutture per risolvere il problema appare sempre più simile a una versione sanitaria della politica degli annunci.

Il nodo resta aperto

Anche il presidente della Commissione Affari sociali e Sanità del Senato, Francesco Zaffini, ha ammesso che la bozza di riforma della medicina territoriale conteneva errori.

Una dichiarazione che, in linguaggio parlamentare, equivale a riconoscere che il progetto aveva sollevato obiezioni difficili da ignorare.

Ora si torna ai tavoli di confronto, alla concertazione e alla ricerca di una mediazione.

Resta però da sciogliere la questione più importante: quante ore dovranno garantire i medici di famiglia nelle Case di comunità e con quali modalità organizzative.

È un dettaglio solo in apparenza tecnico. Da quella risposta dipende infatti la reale operatività delle strutture che il Governo si prepara a consegnare al Paese.

La prossima settimana potrebbe essere decisiva per raggiungere un accordo. Ma una lezione sembra già emergere con chiarezza: costruire edifici è relativamente semplice, costruire un sistema sanitario funzionante molto meno.

E forse sarebbe stato utile ricordarselo prima di presentare le Case di comunità come la rivoluzione definitiva della sanità italiana. Perché il rischio non è soltanto quello di avere delle cattedrali nel deserto. È quello di inaugurare una sanità di cartapesta, perfetta nelle slide del Pnrr e molto meno convincente quando un cittadino prova davvero a farsi curare.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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