Meloni convoca il vertice a Palazzo Chigi con mezzo governo e promette nuovi aiuti fiscali agli autotrasportatori. Ma tra crediti d’imposta, “valutazioni”, tavoli permanenti e decreti d’urgenza, resta la domanda: possibile che l’esecutivo si accorga delle emergenze solo quando incombe lo sciopero?
Nella Sala Verde di Palazzo Chigi si è consumata l’ennesima riunione di emergenza convocata dal governo per affrontare una crisi che, a ben vedere, emergenza non è più da tempo. Il settore dell’autotrasporto italiano, strangolato dall’aumento dei costi petroliferi e dalle tensioni geopolitiche internazionali, ha bussato con forza alla porta dell’esecutivo. E stavolta il governo ha risposto mobilitando praticamente tutto il vertice politico disponibile.
Attorno al tavolo, guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sedevano il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il ministro delle Imprese Adolfo Urso, il ministro Tommaso Foti in videocollegamento, il viceministro Edoardo Rixi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Praticamente una convocazione da Consiglio di guerra. Mancavano solo una cartina del Medio Oriente sul muro e qualche generale in uniforme.
Il motivo, però, è molto concreto: il prezzo del carburante sta mettendo in ginocchio migliaia di imprese di trasporto, soprattutto piccole e medie aziende che lavorano con margini già ridottissimi. Il combinato disposto tra instabilità internazionale, rincaro del petrolio, costi logistici e rallentamento economico rischia infatti di produrre un effetto domino devastante: aziende che chiudono, posti di lavoro persi e inevitabile aumento dei costi lungo tutta la filiera economica nazionale.
Gli autotrasportatori lo hanno detto senza troppi giri di parole. Le associazioni di categoria – da ANITA a CNA/FITA, da ASSOTIR a TRASPORTOUNITO – hanno chiesto misure fiscali immediate per evitare il collasso del comparto. Tradotto: senza aiuti rapidi, molti camion rischiano di fermarsi davvero. E con loro una parte importante della distribuzione italiana.
Il governo, dopo “ampia discussione” – formula burocratica che spesso significa “si è cercato di capire quanto fosse grave il problema” – ha annunciato un rafforzamento del credito d’imposta già previsto dal decreto-legge 33 del 2026. I 100 milioni già stanziati verranno incrementati di altri 200 milioni. Totale: 300 milioni di euro.
Una cifra significativa, certo, ma che racconta anche un altro dettaglio politico non irrilevante: l’esecutivo continua a muoversi rincorrendo le emergenze invece di prevenirle. Per mesi il caro carburanti è stato trattato come una variabile temporanea, quasi un fastidio passeggero. Poi, improvvisamente, ecco il vertice straordinario, il decreto urgente, il tavolo con le categorie e le promesse di flessibilità fiscale. Uno schema ormai piuttosto collaudato.
La stessa Meloni ha spiegato che, in una fase caratterizzata da “estrema incertezza”, è preferibile adottare misure “adattabili” per durata e intensità all’evoluzione della situazione internazionale. Un modo elegante per dire che nessuno, dentro Palazzo Chigi, ha davvero idea di quanto potrà peggiorare il quadro energetico globale nei prossimi mesi.
Non manca naturalmente il tradizionale capitolo sulla semplificazione burocratica, immancabile in ogni crisi italiana. Dal primo ottobre 2026 il termine per il silenzio-assenso sui crediti d’imposta scenderà da 60 a 30 giorni, purché la richiesta venga inviata telematicamente. Una piccola rivoluzione amministrativa che, letta con un minimo di ironia, equivale a dire: “Non vi faremo aspettare due mesi per sapere se vi spettano aiuti indispensabili per sopravvivere”.
Il governo ha inoltre promesso di “valutare” una sospensione limitata di alcune imposte e contributi. Anche qui il verbo è significativo: valutare. Nella grammatica della politica italiana significa che il dossier esiste, il problema pure, ma la soluzione dipenderà soprattutto da quanto peggiorerà la situazione e da quanto rumore faranno le proteste.
E infatti il convitato di pietra dell’intera riunione era proprio lo sciopero nazionale dell’autotrasporto convocato dal 25 al 29 maggio. Uno stop che avrebbe avuto conseguenze pesantissime sulla logistica italiana, sugli approvvigionamenti e sui prezzi. Non sorprende quindi che, al termine dell’incontro, le associazioni abbiano accolto “positivamente” le aperture del governo e si siano dette disponibili a valutare la sospensione del fermo nazionale.
In sostanza, il classico copione italiano: il settore minaccia il blocco, il governo convoca un tavolo d’urgenza, arrivano fondi straordinari, si promettono semplificazioni, si riattiva una Consulta permanente e lo sciopero forse rientra. Fino alla prossima crisi.
Tra gli annunci figura infatti anche la ricostituzione della Consulta generale per l’autotrasporto, organismo stabile di confronto con il settore su sicurezza, regolazione e organizzazione del comparto. Un ritorno che viene presentato come strategico ma che, inevitabilmente, solleva una domanda: se era così importante, perché era stata lasciata scomparire proprio mentre il settore attraversava una delle fasi più difficili degli ultimi anni?
Sul fondo resta comunque un problema enorme che nessun credito d’imposta può realmente risolvere: l’Italia continua a essere estremamente dipendente dai combustibili fossili e dalle oscillazioni geopolitiche internazionali. Ogni crisi in Medio Oriente si trasforma automaticamente in un problema economico nazionale. Ogni aumento del petrolio si scarica immediatamente sui trasporti, sui prezzi e sui consumatori.
E così il governo che solo pochi mesi fa parlava soprattutto di crescita, stabilità e rilancio del Made in Italy oggi si ritrova a fare i conti con camionisti esasperati, carburanti alle stelle e imprese che chiedono ossigeno fiscale per evitare la chiusura. Con buona pace della propaganda sulla “nazione che riparte”. Perché quando si ferma l’autotrasporto, si ferma molto più di qualche tir: si inceppa l’intero motore economico del Paese.


