“Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”. Con queste parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha cercato di rassicurare l'opinione pubblica durante un'intervista a RTL 102.5 sulla crisi in Medio Oriente. Ma mentre il governo definisce la linea italiana su basi militari, sicurezza e invio di aiuti militari ai Paesi del Golfo, la premier continua a spiegare le proprie scelte ai microfoni di una radio privata invece che nelle sedi istituzionali: il Parlamento.
Una scelta che riapre il nodo politico e costituzionale del rapporto tra governo e Camere, soprattutto quando si tratta di politica estera e sicurezza.
Meloni ha affrontato il tema dell'utilizzo delle basi militari statunitensi in Italia, affermando che “tutti si stanno attenendo agli accordi bilaterali”. La premier ha ricordato che nel nostro Paese esistono tre basi concesse agli Stati Uniti sulla base di accordi stipulati nel 1954 e successivamente aggiornati.
Secondo la presidente del Consiglio, eventuali operazioni sarebbero quindi coperte da quei trattati e non andrebbero oltre quanto già previsto.
Tuttavia proprio questo punto solleva una questione delicata. Gli accordi militari bilaterali che consentono l'uso delle basi da parte degli Stati Uniti sono stati nel tempo modificati attraverso protocolli spesso non sottoposti a un pieno controllo parlamentare. Se da tali basi partissero operazioni militari legate a un conflitto, la linea di confine tra semplice cooperazione militare e coinvolgimento in operazioni di guerra diventerebbe molto sottile.
E qui entra in gioco la Costituzione: l'articolo 78 stabilisce che sia il Parlamento a deliberare lo stato di guerra e a conferire i poteri necessari al governo. Anche se formalmente l'Italia non entrasse nel conflitto, l'uso delle basi per operazioni belliche potrebbe configurare un coinvolgimento indiretto che meriterebbe una discussione parlamentare preventiva.
La premier ha poi annunciato che l'Italia, come Regno Unito, Francia e Germania, è pronta a inviare aiuti ai Paesi del Golfo, specificando che si tratta di sistemi di difesa, in particolare difesa aerea.
Meloni ha giustificato la scelta con tre motivazioni: la protezione dei cittadini italiani presenti nella regione, la sicurezza dei circa duemila militari italiani dispiegati nell'area e l'importanza strategica del Golfo per l'approvvigionamento energetico europeo.
Anche in questo caso la questione istituzionale resta aperta. L'invio di armamenti o sistemi militari all'estero rientra nelle decisioni del governo, ma negli ultimi anni il Parlamento è stato spesso chiamato a esprimersi su missioni e forniture militari. Procedere senza un confronto parlamentare diretto, specie in una crisi internazionale potenzialmente esplosiva, rischia di comprimere il ruolo delle Camere.
Durante l'intervista Meloni ha anche respinto le voci di tensioni con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le indiscrezioni su possibili divergenze tra governo e Quirinale, ha detto, sono “totale fantascienza”.
La premier ha raccontato di aver incontrato Mattarella proprio nelle ore più delicate della crisi internazionale e di aver condiviso con lui le stesse preoccupazioni.
Il capo dello Stato, per ruolo costituzionale, è anche comandante delle Forze armate e garante degli equilibri istituzionali nelle scelte di politica estera e di sicurezza.
Sul fronte interno Meloni ha assicurato che la vigilanza antiterrorismo è “altissima”. I servizi di sicurezza sono mobilitati e il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha già convocato il comitato per l'ordine e la sicurezza.
Parallelamente il governo teme gli effetti economici della crisi. La presidente del Consiglio ha parlato del rischio di speculazioni sui prezzi dell'energia e dei beni alimentari. L'Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (ARERA) ha attivato una task force per monitorare il mercato del gas, mentre il ministero delle Imprese guidato da Adolfo Urso controllerà eventuali aumenti anomali dei prezzi dei carburanti e dei prodotti alimentari.
Meloni ha anche ventilato la possibilità di nuove tasse sugli extraprofitti nel caso in cui alcune aziende dovessero speculare sull'aumento dei prezzi.
Al di là delle rassicurazioni, peraltro in gran parte risibili se non ridicole, resta il problema politico principale: la presidente del Consiglio continua a comunicare decisioni strategiche attraverso interviste e conferenze stampa, senza presentarsi in Parlamento per riferire sulla crisi.
Su temi che riguardano basi militari, invio di sistemi di difesa e sicurezza internazionale, la sede naturale del confronto resta invece l'Aula. È lì che il governo dovrebbe spiegare nel dettaglio quali impegni ha assunto o intende assumere, quali scenari considera possibili e quali limiti intende rispettare.
Saltare questo passaggio non è formalmente una violazione costituzionale automatica, ma riduce di fatto il controllo democratico su decisioni che possono avere conseguenze enormemente rilevanti per il Paese.
E proprio mentre Meloni insiste nel dire che l'Italia non è in guerra, la scelta di non riferire alle Camere lascia aperta una domanda politica inevitabile: se non c'è nulla da nascondere, perché evitare il Parlamento?


