L’Aquila - (di Alessandro Prisciandaro – Pedagogista e Presidente Nazionale APEI e Sofia Flauto – Pedagogista e Mediatrice Familiare) - Il caso giudiziario che ha portato all'allontanamento dei tre minori non è solo la cronaca di uno scontro, ma la spia di un sistema di tutela che ha fallito dove contava di più: la mediazione pedagogica.
La recente ordinanza del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, sulla vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”, offre una lezione che va ben oltre il resoconto giudiziario. Leggendo tra le righe degli atti emerge un dato di una gravità sorprendente: in tutto il percorso di affiancamento alla famiglia forse, non è mai stato attivato un vero e proprio intervento educativo strutturato.
La famiglia viveva in una condizione indubbiamente peculiare, segnata da isolamento, precarietà abitativa e una scarsa integrazione nel contesto territoriale. Eppure, il punto di rottura non è stato causato tanto dalle scelte di vita non convenzionali, quanto dalla totale assenza di un progetto educativo capace di accompagnare, sostenere e mediare.
Quello che si intravede nella sentenza è un insieme di azioni frammentarie: qualche colloquio iniziale, l’invito a frequentare un centro settimanale, richieste di documenti sanitari e scolastici. Ma l'anello mancante è evidente: nessuna presa in carico domiciliare, nessun percorso mediato di sostegno alla genitorialità, nessun piano educativo familiare e nessun lavoro di accompagnamento alla socializzazione dei minori.
In sintesi, la figura chiave che in molti Paesi europei viene attivata immediatamente in casi di fragilità senza violenza – l'educatore che lavora accanto alla famiglia, dentro la quotidianità – qui non c’è stata.
Questo vuoto ha innescato un disastroso effetto domino. La famiglia, già diffidente verso le istituzioni, ha percepito l’azione dei servizi non come un aiuto, ma come un controllo giudicante, reagendo con la chiusura. I servizi, a loro volta, hanno interpretato la chiusura come ostilità. Così, ciò che avrebbe potuto essere un percorso di avvicinamento si è trasformato in uno scontro frontale.
In tutta la vicenda si percepisce la distanza incolmabile tra istituzioni e nucleo familiare, una distanza che, come ben sappiamo, non si colma con gli atti giudiziari, ma con presenza educativa, continuità e costruzione di fiducia.
È doveroso ribadirlo: l’allontanamento dei minori — la sospensione della responsabilità genitoriale e il collocamento in casa famiglia — è sempre un intervento traumatico, l’ultima ratioa cui si ricorre quando tutte le altre strade sono state tentate senza successo.
In questo caso, tuttavia, quelle “altre strade” non ci sono mai state davvero.
Con un progetto educativo serio, continuo e competente — fatto di mediazione culturale e linguistica (nonostante la barriera comunicativa evidenziata persino nell’ascolto dei bambini), sostegno alla genitorialità e un reale lavoro sull’abitare — si sarebbe potuto contenere il conflitto ed evitare l'escalation. Quando lo Stato arriva a intervenire con la forza, troppo spesso accade perché non ha saputo intervenire prima con l’educazione.
Il vero nodo della vicenda non è la contrapposizione tra istituzioni e genitori, ma l’assenza di un autentico processo di mediazione. Oggi ci troviamo di fronte a due blocchi fermi: da un lato la visione dello Stato sulla tutela dei minori; dall’altro un’impostazione di vita fondata su un’ideologia familiare alternativa e radicale.
La domanda che la pedagogia deve porsi è: come si riportano in relazione due prospettive così lontane senza che nessuna delle due rinunci totalmente alla propria identità?
Le strategie esistono, ma richiedono cura e sensibilità. La signora della “famiglia nel bosco” pratica yoga, Mindfulness, crede nel campo quantico. Per tentare un riavvicinamento, la mediazione dovrebbe parlare la loro lingua, utilizzando categorie e modalità comprensibili a chi ha quella visione del mondo, senza deriderla o contrapporla frontalmente.
Esiste una pedagogia contemplativa, rispettosa, capace di creare un ponte tra la spiritualità personale e le esigenze minime del vivere in una comunità. Si potrebbe immaginare un protocollo di rientro familiare che non chieda ai genitori di abbandonare la loro ideologia, ma di integrarla con i principi fondamentali per una crescita equilibrata dei figli.
La sofferenza vissuta da questi bambini e dai loro genitori non potrà essere cancellata. Ma può e deve insegnarci una cosa: senza educazione, la tutela minorile non regge. Senza mediazione, nessun sistema di protezione può funzionare. Senza relazione, qualsiasi intervento è destinato a fallire.
L'allontanamento è la conseguenza terminale di un percorso iniziato male e proseguito peggio. Solo una mediazione morbida, non invasiva e costruita sulla comprensione reciproca può rappresentare l'ultima vera speranza per ricucire legami e riportare i bambini nella loro casa. Se anche questo percorso venisse rifiutato, l'interesse dei bambini prevarrebbe e l'unica tutela possibile resterebbe, purtroppo, quella della casa famiglia.


